Emilia Soldani
4. Potenziare il dinamismo delle imprese per incrementare la produttività
Copy link to 4. Potenziare il dinamismo delle imprese per incrementare la produttivitàSommario
L'Italia registra una produttività del lavoro inferiore alla maggior parte dei Paesi dell'OCSE ad alto reddito, con un incremento che si attesta al di sotto della media della zona euro sin dalla metà degli anni Novanta. Sebbene la produttività vari significativamente all'interno delle classi dimensionali delle imprese, il modesto livello di produttività aggregata è largamente correlato alla prevalenza di piccole imprese a bassa produttività che faticano a crescere ed espandersi. Benché produttive quanto le loro omologhe in altre grandi economie, in Italia le imprese di medie e grandi dimensioni registrano tassi di attività e occupazione relativamente ridotti. La creazione di condizioni migliori che consentano alle imprese di crescere e innovarsi può rilanciare la crescita della produttività, supportata ulteriormente dagli sforzi in corso atti ad incrementare l'efficienza del sistema giuridico e a migliorare le condizioni della finanza. Sarà essenziale assicurare la piena attuazione delle riforme e degli investimenti previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e proseguire tali sforzi anche oltre il 2026. La riduzione delle barriere normative all'ingresso, l'alleggerimento degli oneri burocratici e la semplificazione fiscale sono fattori fondamentali per favorire la concorrenza e, pertanto, la competitività. Analogamente, un potenziamento del sostegno pubblico alle attività di Ricerca e Sviluppo (R&S) consentirebbe di rafforzare il sistema di innovazione. Inoltre, attività di aggiornamento e potenziamento delle competenze (upskilling), unitamente a programmi di formazione rivolti a dirigenti e impiegati, contribuirebbero a migliorare le performance delle imprese.
4.1. L'Italia ha registrato una debole crescita della produttività
Copy link to 4.1. L'Italia ha registrato una debole crescita della produttivitàNegli ultimi decenni, l'Italia ha registrato una crescita della produttività del lavoro inferiore a quella di altri Paesi dell'OCSE, gravando sulla produzione e la competitività (Grafico 4.1). Nel dettaglio, la crescita della produttività del lavoro si è attestata al di sotto della media della zona euro a partire dalla metà degli anni Novanta, attraversando una fase di stagnazione dopo il 2010, per poi, comunque, risalire tra il 2019 e il 2022. Inoltre, nel periodo 2000-2022, il Paese ha registrato una diminuzione della sua produttività multifattoriale (cfr. OECD Productivity Database, banca dati dell'OCSE sulla produttività). Sebbene nel decennio fino al 2024 l'incremento del numero di ore lavorate abbia rappresentato un motore importante per la crescita del PIL, le prospettive demografiche evidenziano l'esigenza di incrementare la produttività per sostenere la crescita economica e il benessere (cfr., rispettivamente, il Capitolo 1 per un'analisi delle dinamiche della crescita in Italia, e il Capitolo 3 per le tendenze demografiche).
Grafico 4.1. La produttività del lavoro e la relativa crescita permangono al di sotto dei livelli registrati in altre economie ad alto reddito
Copy link to Grafico 4.1. La produttività del lavoro e la relativa crescita permangono al di sotto dei livelli registrati in altre economie ad alto redditoLe riforme e gli investimenti intrapresi attraverso il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) italiano hanno consentito di affrontare alcune delle debolezze strutturali dell'economia italiana, e i recenti dati indicano alcuni miglioramenti di modesta entità, seppur incoraggianti. Sostenuto dal forte stimolo fiscale e dal complessivo miglioramento delle condizioni macroeconomiche, il PIL reale è cresciuto a un ritmo più veloce in Italia (6,4 %) rispetto alla zona euro (+6,3 %) nel periodo 2019-2025. Nonostante il rallentamento registrato nel corso della pandemia da COVID-19, il valore aggiunto del settore privato è aumentato approssimativamente del 10 % nel periodo 2019-2025, sostenuto da una forte crescita dell'occupazione, in particolare nei settori dei servizi e delle costruzioni a minore produttività (Capitolo 1).
Risulta sostanziale il potenziale dell'Italia in termini di aumento della produttività e dei redditi ove si affrontino gli ostacoli che da tempo limitano il dinamismo delle imprese (MIMIT, 2026[81]). La sezione 4.2 illustra come la lenta crescita della produttività italiana possa essere ricondotta a tre caratteristiche principali: la preponderanza di piccole imprese a bassa produttività, limitati investimenti nonostante i recenti progressi, e un debole dinamismo imprenditoriale. Un sostegno ottimale alla crescita della produttività deriverebbe dall'attuazione di una serie di misure coerenti volte ad accrescere il dinamismo del settore imprenditoriale, aiutare le imprese ad espandersi, potenziare l'innovazione, ed elevare il livello di competenze, attraverso: la rimozione delle barriere fiscali e regolatorie che ostacolano l'accesso delle imprese ai mercati e ne impediscono la crescita (cfr. sezione 4.3); il rafforzamento dei mercati dei capitali (cfr. sezione 4.4); il sostegno agli investimenti nel settore dell'innovazione e nell'adozione di tecnologie (cfr. sezione 4.5); il rafforzamento al ricorso di pratiche manageriali e la riduzione dei disallineamenti (mismatch) in termini di competenze (cfr. sezione 4.78). Una piena attuazione degli interventi previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e dal Piano strutturale di bilancio di medio termine (PSBMT), unitamente a una gamma più completa di misure atte a potenziare il dinamismo del settore imprenditoriale italiano, incentiverebbero l'innovazione, la produttività e i salari nel Paese.
4.2. Le barriere che ostacolano la crescita delle imprese, gli investimenti e l'innovazione incidono negativamente sulla produttività
Copy link to 4.2. Le barriere che ostacolano la crescita delle imprese, gli investimenti e l'innovazione incidono negativamente sulla produttività4.2.1. La struttura economica del Paese è caratterizzata da un'elevata prevalenza di imprese di dimensioni più piccole e meno produttive
Nonostante la recente e continuativa riallocazione del lavoro, con uno spostamento dalle imprese più piccole verso quelle più grandi (Accetturo et al., 2025[36]), il tessuto produttivo italiano è tuttora caratterizzato da un'elevata prevalenza di piccole e microimprese a bassa produttività che incidono negativamente sul livello complessivo di produttività e si contrappongono alla solida performance delle imprese più grandi (Grafico 4.2). In termini di esportazioni e produttività del lavoro, le imprese italiane di medie dimensioni (50-249 dipendenti) e grandi dimensioni (250 dipendenti e oltre), per lo più situate nelle regioni del Nord del Paese, registrano risultati analoghi o persino migliori rispetto alle loro controparti di Francia o Germania. Tuttavia, le imprese più piccole sono in media meno produttive rispetto alle imprese più grandi, e tale divario si conferma più ampio in Italia rispetto ad altre grandi economie europee. Nonostante i recenti aumenti della dimensione media delle imprese, le micro e piccole imprese trainano tuttora più del 60 % dell'occupazione in Italia, rispetto al 40 % circa in Francia e Germania. Il fenomeno non è stimolato soltanto dai settori dei servizi. Infatti, anche nel settore manifatturiero, che in termini di valore aggiunto si colloca al secondo posto in Europa e all'ottavo nel mondo, le grandi imprese sono più piccole e meno numerose in Italia rispetto a Germania o Francia. Sebbene molte imprese più piccole eccellano nella produzione ed esportazione di prodotti di alta qualità, se confrontate in media con le imprese più grandi, esse registrano minori economie di scala, investono e innovano meno, e sovente faticano ad attrarre e trattenere talenti, poiché i minori livelli di produttività del lavoro ne limitano la capacità di offrire salari competitivi. La situazione sta gradualmente evolvendo: nel settore manifatturiero, infatti, il numero di imprese con meno di 10 dipendenti è diminuito del 12 % tra il 2014 e il 2024 (Centro Studi Confindustria, 2025[39]).
La bassa percentuale di imprese di maggiori dimensioni riflette, in parte, una dinamica aziendale più debole – in virtù della quale meno imprese di successo crescono fino a diventare grandi imprese e meno imprese con scarsa produttività escono dal mercato – e, in parte, i deboli miglioramenti di produttività all'interno delle imprese. Il debole dinamismo generalmente si riflette in un forte radicamento, nella stabilità dell'identità e delle quote di mercato delle imprese più grandi all'interno dei settori. Negli ultimi anni si registrano solo alcuni segnali che suggeriscono un maggiore dinamismo del settore aziendale, con imprese più produttive che si espandono rispetto ad altre, sebbene ciò non si sia ancora riflesso in termini di produttività aggregata. Le imprese più performanti in termini di produttività, investimenti e salari registrano un miglioramento rispetto alle medie imprese: la tendenza potrebbe indicare una sottostante riallocazione delle risorse verso imprese più produttive (Accetturo et al., 2025[36]).
Grafico 4.2. L'elevata percentuale di imprese più piccole incide negativamente sulla produttività
Copy link to Grafico 4.2. L'elevata percentuale di imprese più piccole incide negativamente sulla produttività
Nota: industria, costruzioni e servizi di mercato (esclusi: pubblica amministrazione e difesa; previdenza obbligatoria; attività delle organizzazioni associative). Entrambe le Sezioni del Grafico sono basate su dati del 2023, ad eccezione della voce "occupazione" nella Sezione A, per la quali i dati risalgono al 2024.
Fonte: Eurostat (sbs_sc_ovw).
La produttività tende a essere minore nelle regioni del Sud e nelle Isole dove, con poche eccezioni degne di nota, è diminuita del 10 % circa nel periodo compreso tra il 2000 e il 2020. Nel corso degli ultimi anni, tuttavia, sostenute dai grandi investimenti del PNRR nelle aree interessate, le regioni dell'Italia meridionale hanno registrato livelli di performance relativamente buoni, con una crescita della produttività del lavoro analoga a quella delle regioni del Nord e del Centro del Paese. Le disparità regionali riflettono in gran parte differenze in termini di composizione. La regione Lombardia, che vanta il livello più elevato di produttività del lavoro, è anche caratterizzata da una composizione orientata verso imprese più grandi e settori ad alta produttività, con una marcata attività di start-up e una percentuale relativamente modesta di microimprese (nei settori dell'industria, costruzioni e servizi di mercato, ad esempio, la percentuale di imprese con meno di 10 dipendenti in Lombardia è dell'83 %, a fronte dell'86 % della media italiana). Rispetto alle regioni del Nord, al Sud le imprese tendono a concentrarsi maggiormente in settori con livelli di produttività inferiori alla media (commercio al dettaglio, ospitalità, costruzioni, agricoltura) e ad avere dimensioni più piccole. Le imprese del Sud sono state meno colpite dal processo di selezione che ha avuto luogo a seguito della crisi finanziaria globale, il che ha accentuato ulteriormente le disparità geografiche in termini di livelli e tassi di crescita della produttività. Oltre agli effetti composizionali, persistono divari significativi in termini di produttività (circa il 20 % in media) tra il Nord e il Sud del Paese, anche all'interno dei settori economici e delle categorie dimensionali delle imprese. Tali differenze sono associate a divari in termini di disponibilità di forza lavoro qualificata, infrastrutture digitali e fisiche, ed efficienza del settore pubblico (Menon and Vermeulen, 2025[71]). Al fine di mitigare il divario Nord-Sud, circa il 40 % delle risorse del PNRR è stato destinato alle regioni meridionali, e la Legge di Bilancio 2026 ha rafforzato ed esteso il credito di imposta per gli investimenti nella Zona Economica Speciale (ZES) per il Mezzogiorno nota come "ZES unica", indirizzando una ampia gamma di misure del Fondo di Coesione a sostegno della ricerca e dell'innovazione in tali regioni. Valutare l'efficacia e i risultati concreti di tali sforzi aiuterà a individuare opportunità atte a sostenere la crescita della produttività nell'intero territorio nazionale.
4.2.2. Nel complesso, la crescita della produttività e degli investimenti è stata lenta
La composizione settoriale dell'economia contribuisce a bassi livelli aggregati di produttività e investimento, poiché la quota di occupazione dei settori a basso valore aggiunto (alloggi, servizi di ristorazione, turismo, e cura della persona, nonché rami del settore manifatturiero a bassa intensità tecnologica) è maggiore rispetto ad altri ambiti. Nel corso dell'ultimo decennio, i servizi alle imprese e le TIC (Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione) hanno registrato una crescita della produttività superiore alla media, sebbene inferiore a quella di molti altri Stati membri dell'UE. Si rileva, inoltre, un incremento della produttività nel settore delle costruzioni, incentivata dal regime fiscale del cosiddetto Superbonus. Analogamente, la tendenza negativa complessiva della produttività del lavoro manifatturiero maschera una certa eterogeneità del settore, sia all'interno di esso che tra le singole categorie di prodotto. Nondimeno, una lenta crescita della produttività ha caratterizzato la maggior parte dei settori (Grafico 4.3).
Grafico 4.3. Lenta crescita della produttività in numerosi settori, e divari di produttività tra regioni
Copy link to Grafico 4.3. Lenta crescita della produttività in numerosi settori, e divari di produttività tra regioni
Nota: la Sezione A indica la produttività per ora lavorata. Nella Sezione B, i baffi indicano il 25° e il 75° percentile.
Fonte: tabelle dei Conti Nazionali dell'OCSE; Eurostat (nama_10r_3gva, nama_10r_3empers)
L'investimento aziendale (spesa in conto capitale) e la crescita dello stock di capitale sono inferiori a quelli di molte economie dell'OCSE (Grafico 4.4). Ciò è dovuto in parte all'orientamento del settore manifatturiero, che rappresenta il 35 % dell'investimento totale in capitale e il 50 % dell'investimento in R&S, verso attività a bassa tecnologia. In termini di valore aggiunto, ad esempio, i settori a media e alta intensità tecnologica rappresentano solo il 40 % circa della struttura manifatturiera, rispetto al 60 % in Germania (cfr. statistiche strutturali delle imprese di Eurostat). A partire dal 2008, la crescita dello stock di capitale netto si è posizionata, in media, su valori prossimi allo zero, collocandosi pertanto anche ben al di sotto dei tassi modesti rilevati in altre grandi economie dell'UE. Anche nelle regioni italiane meglio performanti, il tasso di formazione lorda di capitale fisso rispetto alla produzione è inferiore alla media di Francia o Germania. Il rapporto tra investimenti e valore aggiunto si è collocato al di sotto del valore mediano dell'OCSE e, generalmente, al di sotto dei tassi registrati da Francia e Germania negli ultimi decenni, in particolare dopo il 2010, quando il settore bancario italiano ha affrontato sfide significative. Tra il 2019 e il 2025 lo stock di capitale, sostenuto dal miglioramento delle condizioni finanziarie delle imprese italiane e dagli incentivi pubblici, ha iniziato a crescere di nuovo per la prima volta dalla crisi finanziaria globale, tuttavia a un ritmo più rallentato rispetto all'occupazione, con conseguente riduzione del capitale per lavoratore.
Grafico 4.4. Il rallentamento dell'accumulazione di capitale frena la crescita
Copy link to Grafico 4.4. Il rallentamento dell'accumulazione di capitale frena la crescitaAnalogamente a quanto riscontrato in numerose altre economie dell'OCSE, la formazione di capitale è concentrata nel settore immobiliare, meno favorevole alla crescita della produttività. La predominanza degli investimenti in immobili e beni tangibili rispetto a TIC ed ai beni intangibili (R&S e proprietà intellettuale), che usualmente incidono in misura maggiore sulla produttività, è particolarmente marcata nel settore dei servizi, benché interessi anche il settore manifatturiero (OECD, 2025[49]). Tale condizione può essere attribuita in parte alle dimensioni modeste del settore delle TIC in Italia, che, nonostante l'espansione registrata nell'ultimo decennio, continua a favorire un tasso di occupazione inferiore rispetto ad altre economie avanzate dell'OCSE. I livelli di investimento in proprietà intellettuale (inclusi R&S e TIC) rimangono, tuttavia, tra i più bassi della zona euro in tutti i settori (TIC incluse).
La crescita lenta degli investimenti è il risultato di problemi strutturali di lunga data, anche in termini di accesso al credito ed elevata percentuale di piccole imprese, unitamente a fattori contingenti. Nel corso degli ultimi anni, la politica monetaria più restrittiva e gli shock dei prezzi energetici hanno inciso negativamente sui costi degli investimenti, e, parallelamente, la crescita dei salari ha subito un rallentamento. Tali sviluppi hanno ridotto gli incentivi per le imprese a investire nella formazione di capitale fisso, innovazione e miglioramenti organizzativi, incoraggiandole a preservare processi produttivi ad alta intensità di manodopera, sfruttando la significativa capacità inutilizzata (stagnazione) nei mercati del lavoro, in primis in riferimento alle occupazioni a bassa qualifica. Il fenomeno potrebbe aver contribuito alla scarsa intensificazione del capitale e a una diminuzione della produttività del lavoro (Colonna, Scoccianti and Viviano, 2025[1]). Ridurre il grado di esposizione delle imprese agli shock dei prezzi energetici migliorando la sicurezza energetica può contribuire a proteggerne la capacità e l'incentivo a investire (il Capitolo 3 esamina le strategie per la sicurezza energetica).
4.2.3. Le piccole imprese crescono raramente
La scarsa crescita della produttività italiana è strettamente correlata al debole dinamismo delle imprese e, in particolare, alla limitata espansione delle imprese di successo e al lento ritmo di uscita dal mercato delle aziende meno produttive. Il dinamismo delle imprese è essenziale per promuovere l'innovazione e sostenere la crescita della produttività. Da un lato, un solido livello di ingresso nel mercato può agevolare l'adozione di nuove tecnologie e strutture organizzative, poiché le nuove imprese aumentano la pressione competitiva e sono spesso più propense all'innovazione. Dall'altro lato, la concorrenza di nuovi entranti può indurre le imprese storiche a investire in innovazioni che incrementano la produttività o in miglioramenti dei processi, oppure può indurre una riallocazione delle risorse verso attività più produttive. Le imprese italiane mostrano uno scarso livello di dinamismo, con tassi di start-up inferiori a quelli registrati in economie comparabili, in particolare nel settore dei servizi (OECD, 2025[49]). A ciò si aggiungono tassi di uscita più modesti nei vari settori economici e dinamiche di crescita debole, come evidenziato dalla percentuale relativamente bassa di imprese che registrano una crescita elevata (Grafico 4.5), sebbene quest'ultima possa essere parzialmente attribuita a divari in termini di struttura industriale.
Grafico 4.5. Basso tasso di uscita delle imprese e percentuale limitata di imprese ad alta crescita
Copy link to Grafico 4.5. Basso tasso di uscita delle imprese e percentuale limitata di imprese ad alta crescita2023
Nota: imprese che registrano una crescita elevata, con almeno 10 dipendenti all'inizio della loro crescita e una crescita media annualizzata del numero di dipendenti superiore al 10 % annuo, distribuita su un triennio.
Fonte: Eurostat (bd_size; e bd_hg)
Le piccole e medie imprese hanno meno probabilità di trasformarsi in grandi imprese in Italia rispetto a quanto non accada in altre grandi economie dell'OCSE. Ciò vale non solo in termini di crescita del numero di dipendenti (Grafico 4.5, Sezione B), ma anche per ciò che concerne la loro capitalizzazione (McKinsey Global Institute, 2024[80]). In Italia, molteplici fattori, piuttosto che un singolo determinante, ostacolano l'espansione delle imprese. I fattori chiave includono incentivi normativi impliciti a rimanere piccole, l'accesso limitato al credito e la distintiva preponderanza della proprietà a gestione familiare. Ad esempio, il regime semplificato, caratterizzato da requisiti inferiori di rendicontazione, incoraggia le imprese a mantenere le entrate al di sotto delle soglie di ammissibilità. Un'indagine condotta su ampia scala nel 2022, ha rilevato che l'81 % di tutte le imprese con almeno tre dipendenti era di proprietà di un singolo individuo o a conduzione familiare, con percentuali più elevate nel settore dei servizi, in particolare alloggio e ristorazione, e nel commercio al dettaglio (Censimento permanente delle imprese ISTAT 2022). Inoltre, i settori che in Italia costituiscono ampie quote del valore aggiunto aggregato e dell'occupazione presentano rendimenti di scala relativamente bassi, limitando gli incentivi alla crescita per le imprese.
4.3. Rivitalizzare la concorrenza e ridurre i costi di conformità e gli oneri normativi per le imprese
Copy link to 4.3. Rivitalizzare la concorrenza e ridurre i costi di conformità e gli oneri normativi per le impreseBarriere burocratiche e strutturali ostacolano, nel mercato, l'ingresso di nuove imprese, l'espansione di quelle di successo esistenti e l'uscita di quelle meno performanti. Sebbene le normative siano necessarie per ovviare a carenze e fallimenti del mercato, un ambiente giuridico e regolatorio "ingombrante" può determinare incertezza, scoraggiare l'ingresso nel mercato e distogliere le risorse delle imprese esistenti da attività più produttive (OECD, 2025[28]). Nel corso dell'ultimo decennio e negli anni recenti, grazie al PNRR sono stati compiuti progressi significativi, in particolare in termini di miglioramenti apportati al quadro giuridico in materia di insolvenza di imprese e di riduzione della durata dei procedimenti giudiziari mediante l'utilizzo di innovazioni di natura amministrativa e digitale e il potenziamento delle risorse umane preposte. In vista della conclusione del PNRR, sarà importante consolidare tali migliorie e preservare lo slancio raggiungendo gli obiettivi delineati, a livello generale, nel PSBMT. In particolare, gli sforzi costanti atti ad ovviare alle barriere normative, migliorare la certezza del diritto e ridurre i ritardi legati al sistema giudiziario e alle procedure di insolvenza di impresa sono di fondamentale importanza per stimolare sia l'innovazione che la crescita della produttività. Le misure volte ad affrontare le rigidità del mercato del lavoro, nel rispetto dei vincoli costituzionali e del dialogo sociale, potrebbero sostenere la riallocazione delle risorse umane in favore di imprese più produttive. Il contenimento degli oneri legati agli adempimenti fiscali e normativi ridurrebbe i costi del "fare impresa" e incentiverebbe l'attività economica.
Tabella 4.1. Raccomandazioni pregresse per rivitalizzare la concorrenza e migliorare l'efficienza del sistema giudiziario
Copy link to Tabella 4.1. Raccomandazioni pregresse per rivitalizzare la concorrenza e migliorare l'efficienza del sistema giudiziario|
Raccomandazioni |
Azioni intraprese dall'ultima edizione dello Studio economico |
|---|---|
|
Continuare a rafforzare il legame tra rendimento, avanzamento di carriera e retribuzione dei giudici e garantire che la valutazione delle prestazioni sia attuata in modo rigoroso. |
Per rafforzare la valutazione delle performance dei giudici, l'Italia ha introdotto valutazioni quadriennali della professionalità ad opera del Consiglio Superiore della Magistratura e un sistema di avanzamento di carriera e retributivo basato sul rendimento. Il processo di valutazione multilivello e gli standard di rendimento specifici per ciascun incarico contribuiscono a bilanciare indipendenza e responsabilità (accountability). |
|
Attuare la riforma degli appalti prevista dalla legge del 2022, anche sottoponendo le concessioni a gare d'appalto pubbliche alla scadenza. Ridurre l'ambito di applicazione delle norme sulla "giusta remunerazione" nei servizi professionali. |
Sono state avviate le procedure per le gare d'appalto pubbliche. I principi di "giusta remunerazione" sono stati estesi ad altre categorie professionali, tra cui i giornalisti, per fornire un punto di riferimento nelle controversie giudiziarie. |
4.3.1. Rimuovere le barriere alla concorrenza
Gli indicatori dell'OCSE sulla regolamentazione del mercato dei prodotti (PMR – Product Market Regulation) e per la restrizione del commercio dei servizi (STRI – Services Trade Restrictiveness Index) identificano, per le imprese italiane, delle restrizioni all'ingresso nel settore dei servizi non finanziari superiori ai livelli della media OCSE. Sebbene il punteggio complessivo dell'Italia in riferimento agli indicatori PMR sia inferiore alla media OCSE e indichi un ambiente normativo relativamente favorevole alla concorrenza, le barriere all'ingresso nei settori dei servizi e delle professioni altamente regolamentate coperte dagli indicatori PMR (commercialisti, architetti, ingegneri civili, agenti immobiliari, retail e farmacie) sono tra le più elevate della zona OCSE (Grafico 4.6). Ridurre tali barriere, agevolando il processo di accreditamento per i nuovi professionisti, incentiverebbe la concorrenza nel settore dei servizi e contribuirebbe a migliorare la performance complessiva. Ad esempio, l'Italia attualmente sta considerando percorsi alternativi per l'accesso alla professione di agente immobiliare. Poiché le imprese manifatturiere italiane hanno esternalizzato una percentuale crescente delle loro attività al settore dei servizi alle imprese (ivi inclusi i servizi contabili e legali), migliorare la concorrenza e la produttività in quest'ultimo potrebbe avere ricadute positive a catena sul settore manifatturiero. Ad esempio, nel periodo 2003-2019, una serie di riforme ha agevolato l'ingresso nelle industrie di rete e dei servizi e ha ridotto la complessità e la durata degli iter amministrativi volti ad ottenere i permessi per avviare un'impresa, generando un livello di concorrenza maggiore e prezzi finali più bassi, con ulteriori guadagni in termini di valore aggiunto e produttività in altre componenti della catena del valore (Lanau and Topalova, 2016[4]).
Sebbene le normative che regolano l'abilitazione professionale possano contribuire a ridurre le asimmetrie informative, garantire la sicurezza pubblica e proteggere i consumatori assicurando la competenza e la qualità del lavoro dei professionisti abilitati, esse possono altresì ostacolare la concorrenza e rischiare di avvantaggiare i professionisti già abilitati più che i clienti stessi. Inoltre, rispetto ad altri Paesi dell'OCSE, in Italia si rilevano maggiori barriere alla concorrenza nella filiera della distribuzione al dettaglio (Grafico 4.6), con il rischio di ostacolare la concorrenza e generare rendite di monopolio. Un ulteriore alleggerimento delle normative che regolano i settori del commercio al dettaglio e dei servizi professionali, senza compromettere gli standard di qualità, potrebbe favorire ulteriormente la crescita della produttività nei settori interessati così quali quelli a valle (Andrews and Égert, in corso di pubblicazione[29]; Di Marzio, Mocetti and Roma, 2024[37]).
Al fine di migliorare la struttura del diritto della concorrenza e supportarne l'applicazione, nel 1990 l'Italia ha istituito un'autorità indipendente ad hoc, ossia l'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM). Guidando la definizione e l'applicazione delle leggi che potenziano la concorrenzialità dei mercati, l'AGCM favorisce il dinamismo aziendale e può generare benefici significativi per i consumatori. L'AGCM predispone raccomandazioni annuali sull'applicazione della policy a tutela della concorrenza e svolge attività di advocacy, produce analisi approfondite atte a valutare l'impatto di acquisizioni e fusioni sulla concentrazione del mercato e sulla concorrenza, e può altresì imporre sanzioni per punire gli abusi di posizione dominante e gli accordi anticoncorrenziali. Una piattaforma per i whistleblower introdotta nel 2023 dovrebbe rafforzare ulteriormente la vigilanza antitrust e anticartello e l'applicazione della legge che regola la concorrenza. Dal 2017, l'Italia adotta la Legge annuale per il mercato e la concorrenza, nell'ambito dell'agenda annuale sulla politica di concorrenza presentata al Parlamento (Legge annuale per il mercato e la concorrenza). L'Italia è tuttora impegnata a perseguire tali obiettivi sia nell'ambito del PNRR sia del PSBMT, con azioni programmate che si estendono fino al 2029. L'attuazione continuativa della Legge annuale per il mercato e la concorrenza dovrebbe contribuire a ridurre gradualmente le restrizioni all'ingresso delle imprese nel mercato dei servizi e ad avvantaggiare i consumatori attraverso prezzi più competitivi e migliore qualità, incentivando le imprese a migliorare la loro produttività nei servizi interessati e nei settori a valle (OECD, 2025[48]). In particolare, i decreti attuativi talvolta sono necessari per tradurre le recenti riforme annuali pro-concorrenzialità in settori-chiave (servizi pubblici locali, autostrade, concessioni per pubblici servizi, energia, rifiuti, sanità, telecomunicazioni e piattaforme digitali) in cambiamenti concreti in termini di requisiti sulla condotta dei mercati e sulle prassi di approvvigionamento (appalti). Garantire che tutti i decreti attuativi dovuti siano pronti e pubblicati prontamente contribuirebbe a garantire un'attuazione efficace.
Grafico 4.6. Notevoli barriere ostacolano l'ingresso delle imprese nei mercati dei servizi
Copy link to Grafico 4.6. Notevoli barriere ostacolano l'ingresso delle imprese nei mercati dei serviziIndicatori dell'OECD sulla regolamentazione dei mercati dei prodotti (PMR) – Indice 0-6: 0 indica la regolamentazione più favorevole alla concorrenza e 6 indica quella meno favorevole alla concorrenza, 2023
Nota: nella Sezione A, i servizi includono 6 professioni (commercialisti, architetti, ingegneri civili, agenti immobiliari, avvocati e notai), oltre a 2 settori della distribuzione al dettaglio (commercio al dettaglio in generale e vendita al dettaglio di farmaci). Nella Sezione B, la media delle 5 categorie professionali è misurata all'interno di ciascuna attività.
Fonte: banca dati dell'OCSE – PMR 2023.
4.3.2. Ridurre l'incertezza del diritto, i ritardi e i costi
Legislazione e regolamenti attuativi chiari e ben redatti danno certezza alle imprese riguardo ai propri obblighi e diritti, e riducono i costi di conformità e attuazione per l'amministrazione. Il livello di fiducia nelle istituzioni pubbliche e le percezioni della qualità dei servizi pubblici in Italia sono tra i più bassi della zona OCSE (Capitolo 1). Il margine di possibilità che una decisione giudiziaria venga annullata da corti di grado superiore rappresenta una caratteristica importante dei sistemi giudiziari moderni. In Italia, tuttavia, i ricorsi alle corti superiori sono relativamente frequenti e la probabilità che le decisioni impugnate siano modificate o annullate è particolarmente alta (approssimativamente il 12 %), e lo è ancor di più per i decreti legislativi e la legislazione più complessa, nonché per i procedimenti penali (30 %). Parallelamente, leggi mal redatte e la possibilità di interpretazioni alternative estendono la durata dei procedimenti giudiziari, incidendo sull'efficienza del settore pubblico, sui costi operativi delle imprese e sulla certezza dei ritorni sugli investimenti privati. Un recente studio empirico suggerisce che migliorando la qualità della redazione delle norme e riducendo l'incertezza del diritto, l'Italia potrebbe stimolare gli investimenti privati e sostenere l'attività imprenditoriale e l'innovazione (Giommoni et al., 2025[7]). L'uso di un linguaggio semplice nelle norme e nei relativi atti amministrativi può agevolare la comprensione delle norme e il conseguente rispetto da parte di cittadini e imprese. Ad esempio, in Norvegia il requisito imposto a tutti gli enti pubblici di comunicare in un linguaggio chiaro e corretto adattato al rispettivo gruppo target (Legge sulla lingua – Språkloven), e l'introduzione di corsi e di un toolkit digitale per aiutare i funzionari pubblici a rendere il proprio linguaggio scritto più accessibile (Progetto Klarsprak) hanno dimostrato di generare un numero ridotto di reclami da parte dei cittadini e di istanze di informazioni e assistenza (Johannessen, Berntzen and Ødegård, 2017[53]).
I costi di conformità alla legislazione e alle normative non dipendono unicamente dalla loro severità e chiarezza, ma altresì dalle loro potenziali contraddizioni o presunte sovrapposizioni con norme preesistenti a livello locale, nazionale o europeo. Il quadro giuridico italiano riduce al minimo le sovrapposizioni grazie ad una chiara gerarchia delle fonti normative, in virtù della quale le norme europee prevalgono su quelle nazionali e regionali e le nuove disposizioni prevalgono sulle leggi ormai abrogate. Tuttavia, leggi concorrenti generano incertezza e inducono le imprese a consultare consulenti legali o ricorrere ai tribunali. Affrontare la problematica aiuterebbe a ridurre i costi di conformità e gli oneri amministrativi.
Il ritardo che intercorre tra l'adozione delle leggi primarie e la promulgazione dei relativi decreti attuativi contribuisce a generare l'incertezza del diritto in Italia, ostacolando gli investimenti o inducendo le imprese a posticipare le attività aziendali fino all'avvenuta pubblicazione dei decreti. Nel quadro giuridico italiano, la legislazione primaria funge da quadro generale, mentre i decreti attuativi ne dettagliano le modalità di applicazione. Garantire l'adozione tempestiva dei decreti migliorerebbe la certezza del diritto e incentiverebbe gli investimenti privati. Normative e decreti eccessivamente complessi ostacolano la comprensione, da parte delle imprese, dei requisiti e delle proprie possibilità di perseguire gli strumenti più efficienti. La necessità di prevedere restrizioni e indicazioni chiare e precise su come una determinata norma debba essere applicata deve essere messa a confronto rispetto al rischio di rendere la norma eccessivamente prescrittiva e complessa. Analisi condotte in altri Paesi dell'OCSE, quali gli Stati Uniti, identificano perdite significative in termini di produttività e dinamismo aziendale derivanti dai maggiori oneri di conformità normativa (OECD, 2025[28]). Una riforma delle modalità con cui le normative sono strutturate e applicate può ridurre gli oneri di conformità (OECD, 2025[48]):
monitorare i costi e le sfide legate all'applicazione della legislazione e dei regolamenti può guidarne la revisione periodica e l'aggiornamento al fine di ridurre tali perdite. Le attuali prassi italiane di valutazione di impatto per le nuove normative reggono bene il confronto con altri Paesi dell'OCSE, secondo l'indicatore iREG dell'OCSE, sebbene ottengano un punteggio relativamente basso in relazione all'indice di trasparenza (Grafico 4.7), che rileva la misura in cui le decisioni governative e le Analisi di Impatto della Regolamentazione (AIR) per le leggi primarie sono rese pubbliche;
coinvolgere tempestivamente le parti interessate (stakeholder), le imprese e i consumatori nella progettazione e nella revisione della legislazione può facilitare (o ridurre) i costi di conformità e migliorare le valutazioni costi-benefici e la qualità della normativa (OECD, 2025[48]);
condurre consultazioni mirate durante la fase di definizione di nuove normative e prima della loro adozione, adeguando la profondità e le tempistiche del processo alla rilevanza e al probabile impatto delle normative stesse, può contribuire a contenere i costi della consultazione, come dimostrato dall'esperienza australiana.
La conformità normativa complessa e onerosa genera costi fissi, nuocendo alla competitività delle piccole imprese. A compensazione di ciò, in Italia, le aziende con ricavi o fatturato al di sotto di determinate soglie sovente beneficiano di deroghe o regolamentazioni semplificate. Tuttavia, l'approccio può scoraggiare le imprese dal superare tali soglie e distorcere l'allocazione efficiente dei lavoratori tra aziende e professioni (Di Marzio, Mocetti and Roma, 2024[37]). Concedere alle imprese in espansione un periodo di tolleranza temporaneo per adattarsi alle normative più severe che regolamentano le imprese più grandi potrebbe mitigare tali distorsioni.
Nel contesto del PNRR, l'Italia ha intrapreso un'ampia riforma della sua pubblica amministrazione, con l'obiettivo di semplificare e digitalizzare centinaia di procedure amministrative. Ha inoltre istituito un catalogo pubblico completo e aggiornato di tutte le procedure e dei regimi amministrativi correlati in tutto il Paese. L'impegno, recentemente avviato per introdurre una legge annuale di semplificazione (Legge 167/2025) potenzialmente potrebbe ulteriormente migliorare la qualità e la chiarezza della legislazione e della normativa e contribuire a ridurre i costi di conformità a carico delle imprese; tuttavia, occorrerebbe assicurare un equilibrio tra tale beneficio e il rischio di accrescere il grado di incertezza del diritto. In pratica, spetta ai ministeri competenti individuare una serie di disposizioni legislative che necessitano di essere semplificate, previa consultazione delle parti interessate. Si esprime apprezzamento per un tale passo avanti, poiché consultare i governi locali e gli organi di rappresentanza dei consumatori e delle imprese può contribuire ad individuare gli ambiti prioritari da sottoporre a riforma e sostenere l'efficacia di tale sforzo di semplificazione.
Grafico 4.7. L'Italia si colloca al disotto della media OCSE nella trasparenza dei processi di valutazione normativa Valutazione dell'impatto regolatorio per le leggi primarie, 2024
Copy link to Grafico 4.7. L'Italia si colloca al disotto della media OCSE nella trasparenza dei processi di valutazione normativa Valutazione dell'impatto regolatorio per le leggi primarie, 2024
Nota: si riferisce solo alle pratiche applicate dall'esecutivo. Nella maggior parte dei Paesi dell'OCSE, le leggi primarie sono per lo più avviate dall'esecutivo. Gli asterischi (*) indicano i Paesi in cui una percentuale maggiore di leggi primarie è avviata dal legislatore.
Fonte: OCSE, indicatori sulla politica e la governance in materia di regolamentazione (iREG) – Studio economico del 2024.
Migliorare l'efficienza del sistema giuridico
Gli elevati costi sostenuti per la risoluzione delle controversie commerciali costituiscono un onere che grava sulle relazioni commerciali e ostacolano la crescita delle imprese. Nel 2019, su un campione di grandi città italiane, la risoluzione di una controversia commerciale richiedeva in media oltre 1 100 giorni di tempo e risorse finanziarie pari a circa il 30 % della somma oggetto della controversia, a fronte – tenendo conto delle diverse metodologie di raccolta dei dati applicate – di una media OCSE pari, rispettivamente, a 600 giorni ed al 24 % (World Bank, 2020[30]). Si prevede che le recenti riforme ridurranno tale divario di performance. Accelerare la risoluzione delle controversie commerciali dovrebbe supportare le imprese nelle transazioni e nelle collaborazioni, favorendo, così, la crescita. Nelle province italiane, i tempi necessari per la risoluzione di controversie commerciali possono oscillare tra 860 e 1 750 giorni in media. Un'analisi comparativa interregionale rileva che nelle regioni caratterizzate da una debole applicazione dei contratti e da procedimenti giudiziari più lunghi, le imprese sperimentano incertezze e rischi operativi maggiori (ivi comprese violazioni contrattuali), e tendono a rimanere di dimensioni più piccole e maggiormente avverse al rischio (Giacomelli and Menon, 2016[5]). I costi necessari per il monitoraggio della conformità e la risoluzione di controversie possono distogliere risorse dallo sviluppo dell'attività primaria dell'impresa e dalla sua crescita dimensionale. Al contempo, una debole applicazione delle norme favorisce il controllo familiare e la successione dinastica delle imprese, poiché queste ultime cercano di fare affidamento sulla propria forza reputazionale e sulle transazioni che poggiano su reti relazionali, limitando l'esposizione ai rischi contrattuali esterni (Caselli and Gennaioli, 2012[6]).
Le recenti riforme legate al PNRR e quelle delineate nel PSBMT mirano a ridurre l'arretrato giudiziario nei tribunali prevedendo anche l'assunzione straordinaria di personale di supporto per l'Ufficio per il Processo (UPP) e personale tecnico-amministrativo. Il PNRR stabilisce obiettivi per l'Italia volti a ridurre il numero di procedimenti civili pendenti e il tempo medio di definizione, che si riferisce alla previsione di durata dei procedimenti giudiziari. Sebbene l'Italia abbia compiuto progressi significativi per il primo aspetto e abbia raggiunto l'obiettivo intermedio, ossia ridurre l'arretrato dei procedimenti civili in sospeso del 93,2 % a livello di tribunali e del 99,4 % a livello di Corti d'Appello tra il 2019 e la fine del 2024, sarà necessario assicurare un impegno continuativo per raggiungere gli obiettivi finali in termini di definizione dei procedimenti civili. Nel periodo 2019-2025, il tempo medio di definizione è diminuito, rispettivamente, del 27,8 % per le cause civili e del 37,8 % per quelle penali (Datawarehouse Giustizia Civile – Ministero della Giustizia). I dati confermano i significativi progressi finora compiuti dall'Italia e sottolineano la necessità di un'accelerazione nei tribunali civili per raggiungere l'obiettivo di riduzione del 40 % entro il giugno 2026. Il PBSMT conferma l'impegno generale a mantenere tale slancio positivo per snellire le procedure di crisi di impresa e insolvenza, promuovere modalità alternative di risoluzione delle controversie e strumenti extragiudiziali, e potenziare l'efficienza dei tribunali civili e del sistema giudiziario nel complesso. Portare avanti sia gli sforzi attualmente in corso che quelli pianificati per migliorare ulteriormente l'efficienza e la reattività del sistema giudiziario – attraverso l'assunzione di giudici e personale tecnico, ove necessario, e mediante un rafforzamento della correlazione tra carriera e performance (altresì attraverso le disposizioni aggiornate per le progressioni verticali e orizzontali e il nuovo processo di valutazione multilivello) – potrebbe contribuire ad accelerare i procedimenti legali e ridurre il grado di incertezza, supportando investimenti e produttività. Affrontare le carenze di personale in alcune giurisdizioni consentendo ai giudici di altre regioni di operare tramite tecnologie digitali rappresenta un passo avanti, accolto favorevolmente. L'utilizzo dei fondi del PNRR per l'assunzione, prevalentemente con contratto a tempo determinato, di personale tecnico è stato essenziale per accelerare il lavoro dei tribunali e raggiungere gli obiettivi di medio termine (Cannella et al., 2024[38]). Garantire continuità nel periodo post PNRR, anche attraverso la trasformazione di alcune assunzioni temporanee di personale per l'Ufficio per il Processo e del personale tecnico-amministrativo in contratti di lavoro a tempo indeterminato, sarebbe cruciale per acquisire pienamente i benefici delle riforme e potenziare la capacità del sistema giudiziario. Per favorire ulteriormente tali migliorie, l'Italia dovrebbe proseguire gli sforzi di digitalizzazione, anche attraverso la risoluzione online delle controversie. Avvalersi di esperti tecnici ausiliari (inclusi notai) per l'arbitrato e la risoluzione alternativa delle controversie potrebbe favorire ulteriormente decisioni giuridiche più rapide.
La scarsità di informazioni, la complessità amministrativa e i costi elevati possono scoraggiare le imprese, in particolare le piccole e medie imprese (PMI), dal ricorrere a servizi di assistenza legale e procedure di risoluzione delle controversie, optando così per soluzioni informali sub-ottimali (OECD, 2025[68]). Il recente ampliamento dell'ambito dei meccanismi alternativi di risoluzione delle controversie (quali la mediazione e l'arbitrato) dovrebbe ridurre il carico che grava sui tribunali tradizionali rendendo, così, la giustizia più accessibile per le PMI. Sulla base delle revisioni in corso della normativa commerciale e del sistema giudiziario, la creazione di punti di accesso per le PMI, in grado di offrire indicazioni chiare e semplificate sui sistemi di risoluzione delle controversie, potrebbe contribuire a mitigare tali vincoli e incoraggiare gli investimenti e la crescita delle imprese.
4.3.3. Migliorare le procedure di insolvenza
Le chiusure e le riorganizzazioni aziendali dovrebbero svolgere un ruolo chiave nella riallocazione delle risorse in favore di imprese più produttive, contribuendo ad aumentare la dimensione media delle imprese. Il tasso di turnover delle imprese in Italia è pari a circa due terzi di quello della media OCSE, indebolendo la riallocazione delle risorse attraverso la cosiddetta distruzione creativa e riducendo la crescita della produttività (Decker et al., 2020[10]). I bassi tassi di turnover e di uscita dal mercato sono in parte il risultato di procedure amministrative lunghe e complesse applicate ai casi di insolvenza e liquidazione, con elevati costi di conformità. In generale, occorre che le normative sull'insolvenza (diritto fallimentare) raggiungano un equilibrio – difficile – tra la protezione del capitale investito dai creditori (che agevola i loro investimenti e scoraggia assunzioni di rischio eccessive da parte dei debitori) e l'evitare sanzioni eccessive per gli imprenditori inadempienti, per non scoraggiare la creazione di impresa e l'innovazione. La recente revisione delle procedure di insolvenza può facilitare l'uscita delle imprese dal mercato e la riallocazione dello scarso capitale umano, fisico e imprenditoriale verso altre imprese più produttive, riducendo le inefficienze e incrementando la crescita della produttività aggregata. Il quadro normativo rivisto consente di migliorare i meccanismi di allerta precoce e introduce la procedura di liquidazione semplificata per le piccole imprese, incentivando accordi extragiudiziali. Il fine atteso è che tale innovazione acceleri le procedure fallimentari, agevoli la ristrutturazione aziendale e rafforzi l'applicazione dei contratti, favorendo una maggiore efficienza nei casi di uscita dal mercato e turnover e incentivando la creazione di impresa (Calvino, Criscuolo and Menon, 2016[73]). Il PSBMT indica l'intento di effettuare una valutazione dell'impatto di tali riforme e adottare azioni correttive, ove necessario. Evidenze preliminari suggeriscono che le riforme potrebbero aver indotto le imprese ad affrontare le difficoltà finanziarie in fasi più precoci, riducendo il rischio di liquidazione giudiziale. Sebbene le barriere all'insolvenza in Italia siano ora relativamente confrontabili con quelle di altre economie, vi è margine di ulteriore miglioramento in termini di prevenzione delle insolvenze e trattamento degli imprenditori falliti, rafforzando i regimi pre-insolvenza e riducendo i tempi necessari alla chiusura delle procedure di insolvenza (Grafico 4.8). Supportare gli imprenditori cosiddetti "second-chance" attraverso attività di coaching e consulenza legale, come nel programma australiano ABERA Restart Smart, può incoraggiare gli imprenditori a trarre insegnamento dalle proprie esperienze e costruire imprese di maggiore successo.
Grafico 4.8. I ritardi nelle procedure concorsuali ostacolano la riallocazione delle risorse produttive
Copy link to Grafico 4.8. I ritardi nelle procedure concorsuali ostacolano la riallocazione delle risorse produttiveIndicatori dell'OCSE sui regimi di insolvenza: sottocategorie principali, 2022
Nota: i punteggi relativi alle tre principali sottocategorie sono scalati da 0 a 1. I punteggi più bassi indicano quadri più favorevoli.
Fonte: André, C. and L. Demmou (2022), "Enhancing insolvency frameworks to support economic renewal", OECD Economics Department Working Papers, No. 1738, OECD Publishing, Paris, https://doi.org/10.1787/8ef45b50-en.
4.3.4. Ridurre le barriere implicite di natura normativa e fiscale all'espansione delle imprese
Le barriere normative all'adeguamento del proprio organico accrescono i rischi per le imprese legati all'assunzione di nuovo personale e rendono più difficile adeguare le proprie risorse umane e ottenere aumenti di produttività; al contempo, elevati costi non salariali del lavoro compromettono la competitività e indeboliscono gli incentivi per le imprese a espandersi e svilupparsi. In particolare, le piccole imprese in Italia beneficiano di un regime semplificato per la regolamentazione del lavoro e gli obblighi contabili. In tale contesto, le imprese si trovano di fronte a un incentivo implicito a esternalizzare parte dei propri progetti e delle proprie attività a consulenti o imprese esterne, piuttosto che aumentare il proprio organico. Circa il 65 % delle PMI italiane considera le normative che regolano il lavoro un ostacolo agli investimenti (Indagine della BEI sugli investimenti 2023). In Italia, la tutela dell'occupazione è generalmente elevata sia per i contratti a tempo determinato sia per quelli a tempo indeterminato (Grafico 4.9).
Le normative che regolano i licenziamenti in Italia tendono a variare in base alla dimensione dell'impresa, con il rischio di generare indesiderabili effetti-soglia. Ad esempio, le imprese con meno di 50 dipendenti possono beneficiare di normative semplificate. La riforma del Jobs Act del 2014 ha introdotto schemi progressivi volti a mitigare bruschi mutamenti normativi basati su soglie dimensionali delle imprese. In particolare, ha abolito l'obbligo per le imprese con 15 o più dipendenti di reintegrare i lavoratori ingiustamente licenziati, sostituendolo con un sistema di compensazione economica progressiva. La riforma, che, in termini di tutela del lavoro, ha di fatto ridotto la discontinuità tra imprese con un numero di dipendenti inferiore o superiore a 15 unità, potrebbe aver incentivato la crescita delle imprese, in primis per quelle prossime alla soglia dei 15 dipendenti, e incrementato la produttività del lavoro e la produttività totale dei fattori (Ciminelli and Franco, 2025[9]). Nei limiti consentiti dalla Costituzione e nel rispetto del dialogo sociale, l'incertezza riguardo ai costi dei licenziamenti e al divario di protezione del lavoro tra imprese grandi e piccole, senza ampliare il divario tra contratti standard e contratti a tempo determinato, contribuirebbe a migliorare le condizioni di assunzione senza generare grandi distorsioni o accrescere la dualità del mercato del lavoro (Capitolo 2).
Gli elevati costi del lavoro legati a componenti non salariali, che includono oneri sociali, addizionali regionali e locali, contributi previdenziali e benefici obbligatori, possono scoraggiare le imprese, soprattutto quelle più piccole, dall'espandere la propria forza lavoro (Guo and Wallskog, 2025[8]) e possono favorire il lavoro informale o l'uso ("dipendente") di lavoro autonomo. Possono, inoltre, incidere negativamente sui salari di ingresso e sulle scale retributive, limitando ulteriormente la capacità delle imprese di attrarre e trattenere lavoratori qualificati in un contesto di produttività del lavoro relativamente scarsa. In Italia, tali costi sono molto elevati (Grafico 4.10) e possono rappresentare una sfida particolare per le piccole imprese a causa delle loro minori economie di scala. L'alta pressione fiscale e contributiva sul lavoro incide negativamente anche sull'attrattività dell'occupazione formale.
Grafico 4.9. La legislazione italiana sulla tutela dell'occupazione è restrittiva
Copy link to Grafico 4.9. La legislazione italiana sulla tutela dell'occupazione è restrittivaRigidità nella tutela dell'occupazione, contratti a tempo determinato e regolari, 2019
Nota: l'indice relativo alla legislazione di tutela del lavoro (EPL – Employment Protection Legislation) è indicato con un punteggio che va da 0 (nessuna tutela) a 6 (massima tutela).
Fonte: OECD Indicators of Employment Protection (indicatori dell'OCSE sulla tutela dell'occupazione).
Per stimolare la crescita dell'occupazione, soprattutto tra i gruppi sottorappresentati quali donne, giovani e individui in transizione lavorativa o residenti in aree svantaggiate del Sud, l'Italia ha applicato schemi di incentivazione temporanea che riducono i contributi previdenziali a carico del datore di lavoro in caso di assunzione di gruppi target, inclusi giovani lavoratori e donne (tra cui il Bonus Donna e il Bonus Giovani). L'utilizzo di schemi temporanei contribuisce all'incertezza generale sulle politiche e sulle agevolazioni fiscali transitorie e accresce la complessità del sistema fiscale. Come discusso nei Capitoli 1 e 2 del presente Studio, una riduzione permanente dei costi non salariali del lavoro che avvicini l'Italia alla media OCSE-UE, in particolare per i percettori di salari bassi, ridurrebbe gli oneri a carico delle imprese e conferirebbe maggiore certezza.
Grafico 4.10. In Italia i costi non salariali del lavoro e il cuneo fiscale sono elevati
Copy link to Grafico 4.10. In Italia i costi non salariali del lavoro e il cuneo fiscale sono elevati
Fonte: OCSE, Taxing Wages 2025 (La fiscalità sul lavoro dipendente 2025); e Eurostat (lc_lci_lev).
4.3.5. Ridurre la complessità degli incentivi fiscali
Al fine di ridurre l'onere fiscale a carico delle imprese e stimolare l'attività economica, l'Italia ha introdotto numerose agevolazioni e sanzioni fiscali che variano in base alla categoria di investimento e al tipo di contratto di lavoro, con scadenze degli adempimenti distribuite nell'arco dell'anno. Sebbene le diverse agevolazioni e sanzioni mirino a soddisfare obiettivi di policy differenti, la varietà delle misure accresce gli oneri di conformità e può ridurre l'efficacia delle varie misure, erodendo ulteriormente i livelli già relativamente bassi di entrate generate dall'imposta sul reddito delle società e dall'imposta sul capitale, rispetto ad altri Paesi (Capitolo 1). Da un lato, un sostegno mirato alle piccole e medie imprese è necessario in virtù del ruolo centrale che le piccole imprese svolgono nell'economia italiana e poiché sono spesso percepite come più vulnerabili agli shock esterni. Dall'altro lato, un sostegno molto robusto alle piccole imprese e l'inclusione della dimensione aziendale quale elemento qualificante per l'accesso a schemi di incentivazione e a deroghe normative possono scoraggiare le imprese dall'espandersi, poiché ciò comporterebbe la perdita dell'accesso a tali privilegi. Nel corso degli anni, la stratificazione di regole e procedure ha reso complesso l'accesso ai sostegni per le imprese. Tale complessità espone le imprese anche ad incertezze relative all'importo finale delle imposte da pagare, compromettendo l'efficacia degli incentivi.
Numerosi gli schemi di incentivazione temporanea e i regimi fiscali speciali volti a fornire sostegno alle imprese più piccole. Alcuni di essi sono mirati ad assicurare sostegno all'insorgere di shock temporanei, ivi comprese le restrizioni legate al COVID-19 nel periodo 2020-2021 e l'aumento dei prezzi dell'energia a partire dal 2022, mentre altri cercano di offrire un sollievo temporaneo rispetto alla problematica strutturale degli oneri fiscali e adempimenti elevati. Ad esempio, le nuove microimprese (ditte individuali) con ricavi fino a 85 000 EUR annui sono soggette a un regime fiscale forfettario semplificato che prevede un'imposta sostitutiva ridotta al 5 % dei ricavi e sono esentate dagli obblighi relativi all'IVA applicata al regime ordinario ("regime forfettario", Capitolo 1). Dati provenienti dalla Finlandia e da altri Paesi dell'OCSE indicano che gli incentivi fiscali che prevedono soglie rigidamente basate sulla dimensione delle imprese possono determinare effetti "precipizio" indesiderati e indurre le imprese a rimanere piccole, rallentando così la crescita (IMF, 2017[67]). Per limitare tali effetti avversi e contenere le spese correnti che incidono sul gettito fiscale, gli incentivi e i criteri di idoneità sono spesso solo temporanei in Italia, accrescendo il livello di incertezza finanziaria per le imprese e incidendo sugli investimenti e sull'espansione aziendale. Affrontare il peso degli oneri fiscali e di conformità attuando una riforma sistematica e stabile del sistema fiscale ridurrebbe l'esigenza di intervenire con correttivi, incentivi, esenzioni e misure di agevolazione fiscale temporanee e sovente sovrapposte, migliorando l'ambiente imprenditoriale e sostenendo gli investimenti (il Capitolo 1 analizza come tale intervento possa essere finanziato attraverso altre politiche fiscali e un miglioramento della capacità di riscossione). In generale, il ricorso agli incentivi dovrebbe essere moderato, poiché un eccessivo sostegno artificiale agli operatori inefficienti può limitare la competitività e l'ingresso di nuove imprese e rallentare la crescita della produttività (Acemoglu et al., 2018[15]).
Nel quadro del PNRR, l'Italia ha introdotto una riforma atta a semplificare e razionalizzare il sistema nazionale degli incentivi e agevolare l'accesso alle informazioni attraverso la creazione di piattaforme digitali (incentivi.gov.it). L'approvazione, nel novembre 2025, del Codice degli incentivi mira a razionalizzare i regimi di incentivazione esistenti e rafforzare il coordinamento tra le autorità concedenti. Il Codice intende introdurre un bando-tipo e procedure standard di presentazione delle domande, nonché istituire un forum stabile di coordinamento tra lo Stato e le Regioni, ossia il Tavolo permanente degli incentivi. L'attuazione tempestiva di tali misure, la valutazione della loro efficacia e, come delineato nel PSBMT un'ulteriore razionalizzazione dei regimi di incentivazione contribuirebbero a ridurre gli oneri amministrativi e di conformità, accrescere la certezza fiscale e sostenere le attività imprenditoriali.
4.4. Migliorare l'accesso al credito
Copy link to 4.4. Migliorare l'accesso al creditoIl protratto basso livello di investimenti da parte delle imprese in Italia ha in parte rispecchiato un accesso limitato al credito. Le pregresse difficoltà del sistema bancario hanno inciso negativamente su occupazione, salari, investimenti e valore aggiunto negli anni successivi alla crisi finanziaria globale (Barone, de Blasio and Mocetti, 2018[45]). I progressi riscontrati nello stato di salute del sistema bancario e nella gestione fiscale dell'Italia hanno contribuito all'avanzamento del rating di rischio sovrano del Paese (Capitolo 1), riducendone il premio e ampliando l'accesso per i mutuatari italiani. A dispetto dei sostanziali progressi, i bilanci delle imprese rimangono modesti e il finanziamento esterno è legato fortemente al credito bancario, mentre l'accesso al mercato azionario riguarda principalmente le grandi imprese, il cui numero in Italia è relativamente esiguo.
Nel complesso, il bilancio delle società non finanziarie italiane è relativamente ridotto rispetto ad altre grandi economie europee, e crediti bancari e finanziamenti rappresentano tuttora una percentuale maggiore (Grafico 4.11), sebbene significativamente diminuita a partire dalla crisi finanziaria globale. Infatti, solo il 3,9 % di tutte le società non finanziarie e il 18,7 % delle imprese più grandi con oltre 250 dipendenti sono finanziate attraverso i mercati azionari, secondo i dati forniti dal Censimento permanente delle Imprese ISTAT 2022. Ciò rispecchia una serie di fattori lato domanda e lato offerta difficili da dipanare. Dal lato della domanda, la percentuale elevata di piccole imprese tradizionali e i livelli strutturalmente bassi di investimento determinano una minore necessità di capitale circolante e di investimenti a lungo termine. Dal lato dell'offerta, il mercato dei capitali italiano è ancora indietro rispetto a quello di molte altre economie avanzate, ostacolando la creazione di start-up innovative e la crescita delle imprese. Si rileva un modesto livello di mobilitazione dei risparmi delle famiglie nei mercati dei capitali e il settore della gestione patrimoniale, così come i mercati di capitale di rischio (venture capital - VC) e private equity, non sono adeguatamente sviluppati.
Grafico 4.11. Le imprese italiane hanno bilanci relativamente modesti e molte di esse ricorrono al credito bancario
Copy link to Grafico 4.11. Le imprese italiane hanno bilanci relativamente modesti e molte di esse ricorrono al credito bancario
Note: la Sezione B si riferisce soltanto alle imprese con almeno 3 dipendenti. Per "grandi imprese" si intende le aziende con un numero di dipendenti pari o superiore a 250 unità. La maggior parte delle imprese (75 % tra le grandi imprese e oltre 80 % complessivamente) ricorre anche all'autofinanziamento, qui non indicato. Prestiti a breve termine: inferiori a 12 mesi; prestiti a lungo termine: superiori a 12 mesi.
Fonte: OCSE, Annual Financial Balance Sheets (stocks) (bilanci annuali riferiti a stock), consolidati. Sezione B: Censimento permanente delle imprese ISTAT 2023, Tav. 39.
Un decreto legislativo, approvato dal Governo nell'ottobre 2025 è attualmente al vaglio del Parlamento italiano al fine di attuare una riforma generale del sistema finanziario (come delineato nella Legge Capitali del 2024). Il decreto è volto a migliorare l'attrattività e la robustezza dei mercati nazionali dei capitali, modernizzare il quadro normativo finanziario e agevolare l'accesso delle imprese ai finanziamenti azionari (equity). Mantenere lo slancio della riforma e individuare ulteriori margini di miglioramento sarà di fondamentale importanza per garantire che le imprese italiane possano intensificare gli investimenti in innovazione e rafforzare la loro posizione sui mercati internazionali. Un'ulteriore armonizzazione e una maggiore robustezza dei mercati dei capitali al livello dell'UE potrebbero migliorare gli investimenti delle imprese italiane e promuovere la crescita della produttività. Analogamente a quanto accade in Italia, nell'UE i sistemi finanziari sono poco sviluppati e prevalentemente basati sul sistema bancario rispetto ad altre grandi economie dell'OCSE. Rivitalizzare la concorrenza nei prodotti di risparmio e investimento non solo all'interno dell'Italia ma anche tra gli Stati membri dell'UE potrebbe favorire una maggiore robustezza del capitale a lungo termine (Borowiecki and Giovannelli, 2025[57]).
L'accesso al capitale di rischio e all'equity, unitamente al credito bancario, rappresenta un fattore importante per la crescita delle imprese ad alto potenziale di produttività. Ad esempio, le start-up che investono in beni immateriali quali software, brevetti e proprietà intellettuali, faticano a ottenere credito dalle banche, visto il basso valore di garanzia di tali investimenti di capitale. Nei loro primi anni di attività, le start-up sovente registrano anche flussi di cassa negativi o comunque altamente volatili e profili di rischio più elevati a causa degli alti costi di investimento legati allo sviluppo del loro prodotto, nonché ad attività di marketing e operazioni varie. Inoltre, le imprese di tutte le dimensioni necessitano di investimenti orientati al lungo termine per innovarsi, espandersi e competere con le imprese nei mercati internazionali (OECD, 2020[60]).
4.4.1. Migliorare l'accesso al credito
La solidità del settore bancario è migliorata notevolmente dal periodo della crisi finanziaria globale; persistono, tuttavia, alcune sfide in termini di accesso al credito, in primis per le imprese più piccole e le start-up. Il miglioramento della capacità di concessione del credito è in parte il risultato dei solidi bilanci delle banche. Al contempo, standard prudenziali più severi possono influire sulla disponibilità delle banche a concedere prestiti, primariamente a mutuatari ad alto rischio o dotati di garanzie limitate, quali le imprese più innovative o nuove. In particolare, l'applicazione dei requisiti di leva finanziaria di Basilea III ha rafforzato l'incentivo delle banche a orientare il proprio portafoglio verso mutuatari con profilo di rischio più basso, lontano da quelli che, in base ai nuovi requisiti, sono considerati più rischiosi (Galardo and Vacca, 2022[11]). Ciò ha influenzato negativamente la capacità delle imprese di ottenere credito e investire, in particolare per le piccole e microimprese che sono generalmente considerate più rischiose e pertanto soggette a tassi di interesse più elevati rispetto alle imprese più grandi (Grafico 4.12).
Le recenti misure rivolte ai crediti deteriorati (NPL – Non-Performing Loans) miglioreranno la capacità delle banche di erogare credito. I crediti deteriorati tendono a limitare la capacità e la disponibilità delle banche di concedere nuovi crediti, in virtù del maggior capitale richiesto e dei costi di finanziamento più elevati. Il volume dei crediti deteriorati nei bilanci bancari è diminuito da circa 360 miliardi di EUR nel 2013 a circa 60 miliardi di EUR nel 2023, riducendo la quota di crediti deteriorati e avvicinandola alla media della zona euro (Capitolo 1). Inoltre, le revisioni del quadro normativo attualmente in corso in materia di crisi di impresa e insolvenza hanno alimentato lo sviluppo di un mercato secondario dei crediti deteriorati delle banche attraverso l'introduzione di uno schema di garanzia governativa noto come GACS (Garanzia sulla Cartolarizzazione delle Sofferenze). Si prevede che tali misure e la semplificazione delle procedure di ristrutturazione e insolvenza stragiudiziali e giudiziali migliorino l'accesso al credito bancario per le imprese. Il PSBMT prevede anche impegni volti ad assicurare il monitoraggio dei risultati di tali riforme, adottare ulteriori azioni correttive laddove necessario, e individuare i restanti i colli di bottiglia. Continuare a monitorare e favorire il mercato secondario dei crediti deteriorati sarà di fondamentale importanza per portare avanti i recenti progressi e garantire una riallocazione efficiente del capitale e dei fondi dalle imprese in default. La creazione di piattaforme di cartolarizzazione per immettere sul mercato prodotti finanziari che aggregano prestiti e debiti detenuti dalle istituzioni finanziarie potrebbe agevolare ulteriormente l'accesso delle imprese di tutte le dimensioni al mercato del credito.
Grafico 4.12. Lo spread dei tassi di interesse per le PMI è più elevato in Italia che altrove
Copy link to Grafico 4.12. Lo <em>spread</em> dei tassi di interesse per le PMI è più elevato in Italia che altroveSpread dei tassi di interesse tra finanziamenti rispettivamente a PMI e grandi imprese (tassi nominali), 2023
Negli ultimi anni sono state introdotte alcune garanzie pubbliche sui prestiti (SACE, MCC, FRI-Tur, Fondo Europeo per gli Investimenti) per sostenere il credito bancario, gli investimenti, l'attività economica e l'occupazione a seguito degli shock macroeconomici legati al COVID-19, ai prezzi dell'energia e alle restrizioni commerciali (Asdrubali and Signore, 2015[75]). Lo stock delle garanzie pubbliche attive nel 2025 è stato stimato intorno al 14 % del PIL, una percentuale circa tre volte superiore a quella registrata nel 2019 (Unimpresa, 2025[46]; MEF, 2025[43]). Gli schemi di garanzia pubblica si aggiungono alle eventuali passività dello Stato e rischiano di esercitare un effetto distorsivo sugli incentivi, apportando, di fatto, benefici ai bilanci bancari che superano le previsioni. Poiché tali schemi non necessariamente affrontano i problemi sottostanti che limitano l'accesso al credito da parte delle imprese, occorrerebbe ridimensionare il ricorso a tali garanzie e monitorarne attentamente costi e benefici.
4.4.2. Sviluppare ulteriormente il mercato delle obbligazioni corporate
Nel corso degli ultimi venti anni, il mercato delle obbligazioni corporate si è espanso in misura significativa, in parte grazie a favorevoli condizioni di liquidità e monetarie, incentivi mirati quali i minibond per emittenti non quotati, e la creazione di un mercato separato per i minibond (Extramot-Pro). Tale espansione ha consentito alle imprese di diversificare le loro fonti di finanziamento e rafforzare la loro struttura finanziaria, riducendo il livello complessivo di indebitamento (Meucci and Parlapiano, 2021[19]). Tuttavia, il mercato delle obbligazioni corporate rimane relativamente modesto, rappresentando meno del 10 % del PIL, a fronte di valori pari, rispettivamente, al 25 % in Francia, il 19 % nei Paesi Bassi e il 14 % nel Regno Unito.
L'attrattiva delle obbligazioni societarie in Italia è limitata dall'applicazione di quadri normativi complessi e costi di emissione elevati. La principale barriera normativa, un articolo del Codice civile che impediva alle società per azioni non quotate (S.p.A.) di emettere obbligazioni per un valore superiore al doppio del loro capitale e delle loro riserve, è stata parzialmente abrogata nel 2012 e interamente abolita nel 2024. Restrizioni prudenziali analoghe sono tuttora applicate alle società a responsabilità limitata (S.R.L.), che possono emettere obbligazioni solo a investitori professionali e sono, pertanto, limitate nella loro capacità di fruizione di tali strumenti per finanziare le proprie attività e i propri investimenti. La documentazione e le procedure richieste per l'emissione di obbligazioni (compresi i prospetti) sono state semplificate nel 2024 e si prevede che ne consegua anche una riduzione significa dei costi e degli oneri legali all'emissione. L'adozione di ulteriori procedure semplificate per consentire alle società che hanno già emesso obbligazioni di emetterne di ulteriori sul medesimo mercato potrebbe ridurre ulteriormente gli oneri amministrativi senza compromettere i requisiti prudenziali, di stabilità finanziaria e di due diligence né generare ulteriori rischi significativi in termini di integrità (OECD, 2025[16]).
Le dimensioni relativamente ridotte del mercato dei capitali italiano ne limitano l'attrattività non soltanto per gli investitori, ma anche per le imprese non finanziarie nazionali che ambiscono ad emettere obbligazioni. Nel 2024, ad esempio, l'88 % del totale delle obbligazioni societarie (corporate bond) italiane era quotato su un mercato estero. Rafforzare la partecipazione degli investitori qualificati individuali e dei fondi di investimento collettivo potrebbe incrementare la liquidità e la sostenibilità dei mercati italiani delle obbligazioni corporate e dei minibond (OECD, 2020[60]). Due recenti interventi, uno a livello nazionale e l'altro a livello UE, rappresentano progressi in tale direzione. In primo luogo, la soglia minima di investimento per l'accesso dei non professionisti ai fondi riservati è stata ridotta da 500 000 EUR a 100 000 EUR (modifica apportata nel 2021 all'Articolo 14 del Decreto Ministeriale 30/2015). In secondo luogo, al livello dell'UE, i limiti quantitativi minimi per l'investimento al dettaglio (retail) nei fondi di investimento europei a lungo termine (ELTIF – European Long-Term Investment Funds) sono stati eliminati (Regolamento UE ELTIF2, 2023). Un ulteriore sostegno alla partecipazione agli investimenti al dettaglio potrebbe derivare dalle misure previste nella Strategia UE per l'investimento al dettaglio (EU RIS) al fine di accrescere la trasparenza di tale tipologia di investimento, e dalla prossima modifica al Testo Unico della Finanza (TUF), che consentirà ai fondi riservati di introdurre riscatti parziali anticipati delle quote per alcune categorie di investitori. Per accrescerne l'efficacia, le misure nazionali dovrebbero essere integrate da iniziative a livello UE volte a favorire l'investimento transfrontaliero da parte di investitori al dettaglio e istituzionali europei e migliorare l'attrattività complessiva dei mercati finanziari dell'UE.
4.4.3. Proseguire nello sviluppo dei mercati del credito per sostenere gli investimenti
Migliorare ulteriormente l'accesso ai mercati del credito per le imprese non finanziarie italiane aiuterebbe a stimolare gli investimenti e la crescita aziendale. Nonostante i recenti progressi, le fonti di finanziamento alternative, tra cui il mercato e il private equity e il VC, sono ancora relativamente poco sviluppate in Italia, e numerose imprese ricorrono all'autofinanziamento. La Raccomandazione dell'OCSE del 2023 sul finanziamento per le PMI incoraggia a sviluppare alternative al credito bancario, ivi inclusi equity e strumenti correlati, e ad attrarre una vasta gamma di investitori (anche istituzionali) negli asset delle PMI. Durante gli anni 2010, le opportunità di finanziamento non bancario si sono notevolmente ampliate, grazie a una gamma di riforme introdotte e agli investimenti pubblici in start-up e piccole imprese con elevato potenziale di crescita (Fondo di Garanzia per le PMI). Tra le principali riforme introdotte di recente: i Piani Individuali di Risparmio (PIR), incentivi all'emissione di minibond, la creazione di un mercato separato per l'equity delle start-up e delle PMI, e il Programma ELITE volto ad aiutare le imprese ad accedere al capitale ed ingrandirsi. Il decreto legislativo emesso nell'ottobre 2025 propone una semplificazione delle norme che disciplinano le offerte pubbliche e la governance dei soggetti emittenti, la creazione di società in accomandita per investimenti collettivi sotto forma di private equity e VC e una procedura di registrazione semplificata per i gestori di fondi di investimento alternativi. Alcune delle riforme e i relativi processi di attuazione sono ancora in corso e, pur affrontando alcune delle problematiche evidenziate nella pubblicazione Capital Market Review of Italy (OECD, 2020[60]), sarà possibile procedere ad una valutazione della loro efficacia solo tra alcuni anni.
Il grado di dipendenza dal credito bancario o dall'autofinanziamento, rispetto alle opzioni offerte dal mercato dei capitali, è particolarmente elevato tra le imprese di dimensioni più piccole (Grafico 4.11, Sezione C) e i titolari di impresa con scarse competenze finanziarie (ISCE, 2025[22]). Una percentuale significativa delle PMI italiane ricorre al factoring per trasformare beni e crediti in flussi di cassa immediati. Dal 2015, altre forme di credito che consentono alle imprese di finanziare i propri investimenti (crowdfunding e leasing) registrano un aumento in Italia, soprattutto tra le PMI; tuttavia, il grado del loro utilizzo nel Paese resta inferiore ai livelli rilevati presso altre grandi economie dell'UE quali Spagna o Francia, nonostante l'offerta di incentivi pubblici (Legge Nuova Sabatini, iper-ammortamento nell'ambito di Industria 4.0). Una accurata valutazione degli effetti e delle possibili limitazioni dei precedenti schemi di agevolazione può informare e guidare la predisposizione di soluzioni alternative future.
Al contempo, quote elevate dei risparmi delle famiglie continuano a non essere utilizzate per operare investimenti produttivi, poiché il risparmio si concentra principalmente in immobili, depositi e titoli di Stato. In particolare, il secondo pilastro del sistema pensionistico, che in altre economie dell'UE alimenta investimenti in private equity e VC, è ancora troppo poco sviluppato. Meno del 12 % delle famiglie italiane investe in prodotti assicurativi sulla vita o prodotti pensionistici su base volontaria, a fronte del 40 % circa in Francia, Belgio e Germania. Lo scarso ricorso a strumenti di risparmio relativamente sofisticati è legato ai livelli molto bassi di alfabetizzazione finanziaria e al divario relativamente alto tra le commissioni applicate, rispettivamente, sui fondi attivi e passivi. Al fine di incrementare il grado di partecipazione ai regimi pensionistici complementari italiani, la Legge di Bilancio 2026 (Legge 199/2025) introduce un sistema di adesione automatica, con possibilità di rinuncia (opt-out), e innalza la soglia di deducibilità fiscale dei contributi. Inoltre, per incentivare un incremento della quota destinata all'equity nei fondi pensione, la Legge di Bilancio sostituisce il precedente mandato di rendimento minimo garantito con un approccio cosiddetto "a ciclo di vita". Inoltre, nel 2024 l'Italia ha introdotto l'educazione finanziaria nei programmi di insegnamento dell'educazione civica nel primo e secondo ciclo di istruzione, al fine di fornire agli studenti strumenti per comprendere i concetti di risparmio e investimento (il Riquadro 4.1 esamina alcuni casi di interventi politici atti a migliorare il grado di alfabetizzazione finanziaria e mobilitare i risparmi). Si tratta di un intervento positivo, poiché nell'indagine PISA 2022 dell'OCSE, gli studenti italiani raggiungono punteggi inferiori alla media OCSE in materia di alfabetizzazione finanziaria. In particolare, solo il 14 % degli studenti quindicenni dichiara di aver appreso contenuti in materia di diversificazione o tassi di cambio, e il solo il 9 % di essi afferma di avere acquisito nozioni inerenti agli interessi composti.
Riquadro 4.1. Accrescere il grado di alfabetizzazione finanziaria per mobilitare i risparmi
Copy link to Riquadro 4.1. Accrescere il grado di alfabetizzazione finanziaria per mobilitare i risparmiUna percentuale elevata dei risparmi delle famiglie italiane è vincolata in immobili, conti correnti, depositi e titoli di Stato. Ad oggi, la scarsa propensione delle famiglie agli investimenti finanziari è correlata a livelli di alfabetizzazione finanziaria bassissimi. Ad esempio, l'Italia si posiziona ultima tra i Paesi dell'OCSE nell'indagine internazionale sull'alfabetizzazione finanziaria tra gli adulti condotta dall'OCSE/INFE nel 2023, e ultima tra gli Stati membri dell'UE secondo il Global Financial Inclusive Index e il suo sottoindice relativo alla partecipazione delle famiglie (Grafico 4.13).
Molteplici le tipologie di interventi attuati nei Paesi dell'OCSE per aiutare a mobilitare i risparmi delle famiglie e rendere più profondi i mercati dei capitali, che spaziano dalle campagne pubbliche di educazione agli incentivi fiscali e all'iscrizione automatica dei lavoratori ai fondi pensione privati.
Migliorare l'alfabetizzazione finanziaria
Le campagne pubbliche volte a migliorare l'alfabetizzazione finanziaria, anche nelle scuole, possono aiutare le famiglie ad acquisire le competenze e la fiducia necessarie per diversificare meglio gli strumenti di risparmio in base alle proprie esigenze, ridurre il sovraindebitamento, usare il credito in modo responsabile, fare scelte finanziarie consapevoli e prudenti e investire nei mercati dei capitali, ivi compreso il risparmio a lungo termine e a fini pensionistici, e migliorare il proprio benessere finanziario.
Molti Paesi integrano l'educazione finanziaria nei curricula scolastici per migliorare le competenze della popolazione nelle prime fasi della vita, basandosi sulle valutazioni fornite dalle Indagini PISA e sui quadri di riferimento delle competenze predisposti dall'OCSE. I dati rilevati negli USA indicano che, negli Stati che applicano obblighi di educazione finanziaria, i giovani adulti sono associati a livelli di credito più elevati e a una minore propensione a effettuare pagamenti in ritardo. Con l'attuazione del progetto Yrityskylä, la Finlandia integra i programmi di educazione finanziaria insegnata nelle scuole con esperienze di apprendimento diretto in villaggi in miniatura, nei quali i bambini fanno simulazioni di pagamenti in contanti, gestione finanziaria, e scelte legate al risparmio.
I Governi sovente collaborano con le banche centrali, le autorità di regolamentazione finanziaria, le ONG e le banche commerciali, per avvalersi delle rispettive competenze tecniche nella realizzazione delle attività di educazione finanziaria.
Paesi quali Grecia, Irlanda, Polonia e Portogallo stanno sviluppando o attuando strategie nazionali per l'educazione finanziaria avvalendosi del supporto tecnico offerto dall'OCSE.
Altri interventi di mobilitazione dei risparmi
Numerosi Paesi dell'OCSE hanno predisposto degli incentivi fiscali per stimolare l'adesione delle famiglie a fondi assicurativi privati.
Il Regno Unito e la Francia incentivano i cittadini ad investire in equity offrendo loro agevolazioni fiscali sulle plusvalenze generate da specifici piani di investimento (ISA nel Regno Unito e Plan d'Épargne en Actions in Francia).
Il Regno Unito e la Nuova Zelanda adottano sistemi di iscrizione automatica dei lavoratori ai sistemi pensionistici privati (nudging) e richiedono ai datori di lavoro di versare i contributi relativi ai propri dipendenti negli investimenti a fini pensionistici privati.
Le pratiche di risparmio a lungo termine possono essere incentivate differendo il pagamento degli oneri fiscali sui rendimenti degli investimenti in forme di risparmio ai fini pensionistici fino al momento del prelievo delle somme maturate (ad esempio, in Messico e Francia).
Nel quadro degli impegni del PNRR, l'Italia ha recentemente adottato una strategia analoga volta a supportare il VC, offrendo un'esenzione fiscale totale sugli oneri applicati alle plusvalenze per gli "investimenti qualificati" dei fondi pensione che prevedano una quota sufficientemente alta allocata in VC (almeno il 3 %, in aumento al 5 % nel 2026 e al 10 % nel 2027, in linea con il Decreto Economia 2025).
Grafico 4.13. Il livello di alfabetizzazione finanziaria dell'Italia è inferiore a quello degli altri Stati membri dell'UE
Copy link to Grafico 4.13. Il livello di alfabetizzazione finanziaria dell'Italia è inferiore a quello degli altri Stati membri dell'UEPunteggio complessivo di alfabetizzazione finanziaria, 2023
Nota: il punteggio (da 0 a 100) cattura aspetti della conoscenza, del comportamento e degli atteggiamenti in materia finanziaria. Per i dettagli: OECD, 2023[35].
Fonte: OECD/INFE – Indagine internazionale sull'alfabetizzazione finanziaria degli adulti 2023 (OECD, 2023[35]).
Rafforzare i mercati italiani dell'equity
Ove ben funzionanti, i mercati possono supportare la crescita della produttività e l'espansione delle imprese (Duval; Hong; Timmer, 2017[31]). Sebbene i mercati dell'equity siano ancora relativamente poco sviluppati in Italia, la loro espansione svolgerebbe un ruolo importante nel finanziamento degli investimenti aziendali, soprattutto tra le imprese più grandi. In Italia, la capitalizzazione del mercato in termini di quota del PIL era pari al 19 % nel 2024, pertanto ben al di sotto dei livelli registrati in altre economie avanzate. Le grandi imprese sono sottorappresentate nei mercati dell'equity rispetto alle imprese delle medesime dimensioni in altre delle principali economie e ricorrono al credito bancario in misura maggiore. Nel 2024, ad esempio, le imprese italiane rappresentavano solo il 6 % all'interno dell'MSCI Europe Index (registrando comunque un aumento rispetto al 3,6 % del 2021), mentre sia la Germania che la Francia superavano il 15 %, e il Regno Unito si attestava intorno al 22 %. La scarsa capitalizzazione dei mercati pubblici dell'equity è ancora più evidente per le imprese più piccole, a causa dell'elevato costo dei fondi e dei gravosi processi normativi relativi ai mercati dell'equity. Pur essendo necessari e in larga parte in linea con la normativa europea, requisiti quali i costi di sottoscrizione per le offerte pubbliche iniziali (IPO), gli oneri amministrativi e legali, gli obblighi di rendicontazione e la necessità di divulgare i bilanci finanziari spesso scoraggiano le imprese più piccole dall'emettere equity. L'introduzione di un nuovo regime semplificato di adesione per le società di nuova quotazione e le PMI con una capitalizzazione di mercato non superiore a 1 miliardo di EUR, proposto nel Decreto Legislativo attualmente al vaglio del Parlamento, rappresenta un passo positivo atto a sostenere l'accesso delle PMI al mercato.
Migliorare la trasparenza, semplificare le procedure di emissione e ridurre i costi di emissione e gli oneri di conformità incoraggerebbe lo sviluppo dei mercati dei capitali italiani. La cosiddetta "Legge Capitali" (2024) e la riforma in corso del Testo Unico della Finanza (TUF) introducono disposizioni atte ad agevolare l'accesso delle imprese ai mercati dei capitali e potenziare la trasparenza e l'attrattività dei mercati finanziari italiani per gli investitori internazionali. Ad esempio, rafforzano i diritti di voto dei fondatori e degli azionisti di lungo periodo per incentivare le quotazioni in Borsa (OECD, 2025[12]). Si prevede che la riforma ad ampio spettro del Testo Unico della Finanza (TUF) e del Codice civile in relazione alla regolamentazione delle società in Borsa dovrebbe ridurre gli oneri amministrativi a carico delle società quotate e snellire le procedure di vigilanza ad opera dell'Autorità preposta (CONSOB). Nel contesto della riforma del TUF, un'ulteriore revisione delle normative prudenziali potrebbe incentivare i fondi pensione, le compagnie assicurative e i fondi comuni a incrementare gli acquisti di azioni e obbligazioni corporate, aumentando la profondità del mercato e la capacità delle imprese di percepire credito non bancario.
L'istituzione di una Borsa dedicata alle piccole e medie imprese italiane (Euronext Growth Milan – EGM), con requisiti di quotazione semplificati e minori commissioni e requisiti minimi di accesso, ha in parte ridotto tali oneri. Nel 2011, l'Italia ha introdotto un'agevolazione fiscale che consente alle imprese di dedurre dal reddito imponibile (IRES) un rendimento nozionale sugli incrementi di nuovo equity (Aiuto alla Crescita Economica – ACE). Sebbene il regime, attivo fino al 2023, si applicasse a tutte le imprese, l'obiettivo primario perseguito era ridurre gli oneri legati alla capitalizzazione, mitigando il trattamento fiscale che favoriva il finanziamento tramite debito rispetto all'equity. Al fine di incoraggiare ulteriormente l'accesso delle PMI al mercato EGM, nel 2018 l'Italia ha introdotto un incentivo fiscale atto a coprire parzialmente i costi di quotazione in Borsa (credito di imposta, copertura fino al 50 % degli oneri legali per un massimo di 500 000 EUR), cumulabile con ulteriori incentivi regionali (applicati, ad esempio, in Liguria e Lombardia). Per quanto tali varie misure abbiano contribuito alla crescita del mercato azionario, l'Euronext Growth Milan (EGM) resta indietro rispetto ai mercati omologhi di Francia e Gran Bretagna (rispettivamente Euronext Growth Paris e AIM UK) in termini di numero e valore totale delle offerte pubbliche iniziali (IPO). Alla luce dei costi e del rischio di asimmetrie ed effetti distorsivi, è importante valutare periodicamente l'efficacia degli incentivi e stabilire se necessario ricalibrarli in base alle esigenze di operatori, investitori e imprese, estenderli o abrogarli. Agevolare la transizione, attraverso requisiti normativi semplificati, dall'EGM al mercato principale per le imprese che soddisfano criteri adeguati di rendicontazione e quotazione può favorire la crescita dimensionale delle imprese. A tal fine, l'Italia ha recentemente autorizzato le società quotate sui mercati volti alla crescita delle PMI (ivi incluso l'EGM) a presentare i propri bilanci secondo gli standard internazionali di rendicontazione finanziaria noti come IFRS (International Financial Reporting Standards), abitualmente richiesti per l'ammissione ai mercati regolamentati. La riforma del Testo Unico della Finanza (TUF), attualmente in discussione, prevede un regime di governance più flessibile per i nuovi ingressi nei mercati regolamentati e per gli emittenti con capitalizzazione di mercato inferiore a 1 miliardo di EUR. La riforma dovrebbe ridurre ulteriormente il divario normativo tra mercati di crescita e mercati regolamentati, agevolando la transizione delle aziende più piccole verso il mercato regolamentato.
Si registra un trend di delisting delle imprese italiane dal principale mercato azionario pubblico. Nel 2024, il numero di imprese di tutte le dimensioni che hanno lasciato il listino della Borsa di Milano ha superato il numero delle nuove quotazioni (CONSOB, 2025[13]), una tendenza comune ad altri mercati europei, tra cui Parigi e Londra. Una volta uscite dai principali mercati pubblici dell'equity, in teoria le aziende hanno facoltà di ritirarsi del tutto o di trasferirsi su un mercato a capitalizzazione più modesta, caratterizzato da un regime meno prescrittivo (ad esempio, Euronext Growth Milan). Nella pratica, l'opzione di downlisting verso mercati a minore capitalizzazione rimane per lo più non regolamentata in Italia, rispecchiando la mancanza di una regolamentazione armonizzata al livello dell'UE e rendendo più difficile per le imprese optare per tale decisione. L'analisi empirica suggerisce che l'assenza di un chiaro percorso per il downlisting può favorire il delisting, in aumento in Italia così come nell'UE, e può persino scoraggiare in assoluto le aziende dal quotarsi (Balp, 2024[72]). Semplificando la procedura di downlisting, la riforma in corso delle leggi che regolano il settore finanziario (TUF) dovrebbe aiutare le aziende in difficoltà a passare da mercati più regolamentati ma più profondi (come Euronext Milan) a mercati più agili (come Euronext Growth Milan) e scoraggiarle dal delisting. Ciò potrebbe a sua volta favorire nuove quotazioni e trattenere le aziende già quotate, aiutando il mercato dei capitali italiano a svilupparsi. Per scoraggiare ulteriormente il delisting delle aziende, gli incentivi fiscali già introdotti potrebbero essere riformati per richiedere alle imprese di rimanere quotate sui mercati pubblici dell'equity per un arco temporale minimo. Tuttavia, sarà necessario intraprendere ulteriori azioni per identificare e affrontare le cause profonde del delisting. Queste possono includere il mancato rispetto, da parte delle aziende, delle condizioni previste per la quotazione e la loro preferenza per una maggiore libertà operativa, anche rispetto ai requisiti ambientali, sociali e di governance (ESG), pena un livello di trasparenza ridotto. La semplificazione normativa e un parallelo sforzo in termini di attività di formazione e coaching per dirigenti e imprenditori li aiuterebbe a rispettare le normative in vigore e a gestire le sfide organizzative.
Nel corso degli ultimi anni, il mercato azionario italiano ha attratto un numero sempre maggiore di fondi esteri, che, nel periodo compreso tra il 2014 e il 2023, hanno rappresentato circa il 68 % del valore totale del mercato dell'equity (AIFI, 2024[20]). Ne consegue un migliore accesso al capitale per le imprese italiane e un generale innalzamento del loro livello di internazionalizzazione, innovazione e adozione delle migliori pratiche internazionali. La capacità di attrarre investitori internazionali, inoltre, è stata agevolata dalle riforme della legge sui mercati dei capitali sopramenzionate e dalla facoltà di redigere, a partire dal 2024, il prospetto informativo in lingua inglese. Inoltre, nel 2023 l'Italia ha introdotto normative atte a regolare l'emissione e la circolazione di strumenti finanziari basati sulla tecnologia a registro distribuito (DLT – Distributed Ledger Technology, o Blockchain), per agevolare l'accesso delle aziende nel mercato dei capitali e ridurre i costi di emissione e circolazione degli strumenti finanziari (Legge Fintech).
Gli schemi di investimento e co-investimento pubblico possono contribuire ad accrescere, agli occhi degli investitori in equity, il livello di attrattività delle imprese più piccole. Al fine di catalizzare il finanziamento in equity verso PMI quotate sui mercati azionari, l'Italia ha recentemente lanciato molteplici iniziative di investimento sostenute dallo Stato (attraverso fondi quali il Fondo Nazionale Strategico Indiretto, e il Fondo Nazionale Made in Italy). Si tratta di "fondi di fondi" volti a fungere da investitori di riferimento (ossia primi investitori in un'offerta) per migliorare la fiducia degli investitori privati nel mercato dell'equity delle PMI italiane. Al fine di rafforzare il proprio ruolo, questi fondi sono tenuti a detenere un portafoglio di investimenti composto, almeno per il 70 %, da PMI italiane quotate su un mercato italiano dell'equity. Sebbene nel breve termine possano far crescere gli investimenti, tali misure non affrontano il problema di fondo della limitata attrattività di tali azioni, sovente correlato alla bassa produttività delle piccole imprese italiane. Nel valutare l'efficacia dei programmi, gli indicatori chiave sono la quantità e la qualità dei brevetti, spin-off di successo, creazione e mantenimento dei posti di lavoro, acquisizioni di quote di mercato, e digitalizzazione nei settori target.
Creare mercati per il capitale di rischio
I cosiddetti business angel, nonché i veicoli di private placement, i fondi di private equity e di venture capital (VC) usualmente godono di una posizione migliore per finanziare l'innovazione tecnologica e la crescita della produttività. Essi tendono a investire in aziende in rapida espansione dotate di un elevato potenziale di mercato e di piani aziendali "dirompenti" (disruptive) in ambiti che dipendono fortemente dagli asset immateriali e da modelli di business innovativi, quali i settori delle TIC, sanitario ed energetico. Gli investitori in VC sostengono gli investimenti delle aziende emergenti nei settori R&S, tecnologia ed espansione internazionale, in virtù delle proprie competenze e reputazione, inserendo l'azienda nelle proprie reti o sostenendo la formazione tecnica e manageriale anteriormente alla vendita attraverso la quotazione in Borsa o collegandola ad altri investitori (Michelacci and Suarez, 2004[14]). In Italia, tali tipologie di finanziamento rivelano un livello di diffusione relativamente basso, nonostante la rapida espansione che il settore ha registrato nel corso dell'ultimo decennio (Gallo et al., 2025[54]).
La diffusione di mercati di VC più robusti può incentivare la costruzione e l'espansione di start-up. Nel corso dell'ultimo decennio, il settore di VC ha mostrato una rapida espansione in Italia, con investimenti quintuplicati nel periodo 2011-2023; tuttavia, il settore del VC rimane di dimensioni molto più modeste in Italia che in altri Paesi (Grafico 4.14). Nel 2024, ad esempio, la quota di finanziamenti legati al VC per le PMI è stata pari allo 0,02 % del PIL in Italia, a fronte dello 0,09 % in Francia e dello 0,12 % nei Paesi Bassi. In tale ambito, l'Italia rappresenta solo il 4 % del totale degli investimenti in VC nell'UE. La dimensione mediana degli investimenti in VC nel 2024 era pari a circa 0,54 milioni di EUR, a fronte di cifre quali 1,0 milioni di EUR in Spagna o 2,2 milioni di EUR in Francia. Il volume contenuto dei finanziamenti di VC impatta sul rendimento per l'economia in generale (Poelhekke and Wache, 2023[17]). Il mercato del VC scarsamente sviluppato in Italia ha di solito portato le aziende innovative a trasferirsi in altri Paesi quali gli Stati Uniti, che offrono un mercato più ampio e un ambiente VC più sviluppato. In Italia, i finanziamenti di VC sono caratterizzati da un'elevata concentrazione geografica, innescando il rischio di accentuare le disparità territoriali. Il 50 % circa delle aziende che riscuotono credito tramite VC ha sede in Lombardia e il 76 % nelle regioni del Nord-Ovest del Paese.
Gli interventi pubblici atti a favorire lo sviluppo del mercato di VC o ad affrontare le barriere normative che lo ostacolano potrebbero contribuire a spezzare tale ciclo. Il trattamento fiscale delle plusvalenze o delle minusvalenze influisce fortemente sulla propensione al rischio e sulle scelte di investimento operate dai potenziali investitori. L'impianto degli incentivi fiscali, tuttavia, è reso più complesso dall'esigenza di assicurare un equilibrio tra promuovere gli investimenti e preservarne la qualità "senza vincitori né vinti", ad esempio tramite agevolazioni fiscali legate alle performance. Per attrarre investitori istituzionali nel mercato di VC, l'Italia ha recentemente introdotto esenzioni fiscali per i fondi di previdenza sociale e i fondi pensione che destinano una quota dei loro portafogli (rispettivamente 3 % nel 2025, 5 % entro il 2026, 10 % entro il 2027) al settore del VC, con esenzioni fiscali sulle plusvalenze ove le partecipazioni soddisfino i requisiti di conformità, in continuità con la logica di precedenti schemi di agevolazione fiscale (Decreto Economia). Si prevede che tale misura supporti lo sviluppo dei mercati di VC; inoltre, la sua efficacia può essere potenziata monitorando attentamente costi, adozione (uptake) e impatto sull'esposizione al rischio.
Grafico 4.14. L'attività di venture capital in Italia è in ritardo rispetto alla maggior parte delle altre economie dell'OCSE
Copy link to Grafico 4.14. L'attività di <em>venture capital</em> in Italia è in ritardo rispetto alla maggior parte delle altre economie dell'OCSEInvestimenti in venture capital, 2024
Le recenti misure regolatorie volte a semplificare le procedure di costituzione dei nuovi fondi di VC al di sotto delle soglie dimensionali europee (AIMFD – Alternative Investment Fund Managers Directive, ossia il quadro normativo UE che regola i gestori di fondi di investimento alternativi) dovrebbero agevolare l'ingresso di investitori esteri e nazionali nel mercato, potenziando la profondità del mercato di VC. Tali misure dovrebbero altresì contribuire a diversificare il mercato attirando investitori non bancari nel mercato di VC, quali fondi pensione, compagnie assicurative e i cosiddetti business angel, ossia individui dotati di patrimonio netto cospicuo, tutti presenti in Italia in misura inferiore rispetto ad altri mercati quali Francia, Stati Uniti o Spagna (p. 101, n.d.[61]). Una maggiore integrazione tra i mercati dei capitali all'interno dell'UE contribuirebbe ulteriormente ad attrarre investimenti.
Il recente aumento degli investimenti diretti pubblici potrebbe favorire lo sviluppo del mercato di VC. Il metodo è da tempo applicato in diversi altri Paesi europei dell'OCSE, attraverso investimenti pubblici diretti, capitale di rischio pubblico noto come Governmental Venture Capital (GovVC) o asset di gestione patrimoniale "ad ombrello" accessibili per investitori istituzionali quali fondi pensione e fondi assicurativi. Tale metodo si addice, in particolare, al finanziamento di aziende orientate all'innovazione che altrimenti potrebbero non attrarre tradizionali investimenti in VC, migliorando così l'output di innovazione in termini di brevetti (Berger, Dechezleprêtre and Fadic, 2024[58]). L'istituzione di una struttura di investimento pubblico presso CDP (Cassa Depositi e Prestiti, CDP Venture Capital SGR, nel 2019) volta a potenziare l'ecosistema delle start-up italiane tramite investimenti diretti nel VC va nella giusta direzione, e le evidenze suggeriscono che potrebbe aver contribuito al recente parziale recupero dimensionale del settore del VC italiano rispetto ad altri mercati dell'UE. Un ulteriore sostegno allo sviluppo dei mercati del VC in Italia potrebbe essere derivato dalla creazione, nell'ambito del PNRR, di fondi di VC dedicati gestiti dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) per finanziare l'innovazione verde e digitale (Fondo per la Transizione Ecologica, Fondo per la Transizione Digitale). I Fondi forniscono sostegno diretto o indiretto sotto forma di equity, quasi-equity, debito o quasi-debito. Nel 2024, gli investimenti pubblici diretti hanno rappresentato circa il 22 % del totale della raccolta (fundraising) di VC in Italia, rispetto al 16 % in Germania, dove i capitali sono canalizzati attraverso banche pubbliche di sviluppo quali la Kreditanstalt für Wiederaufbau (KfW), e al 23 % in Francia (OECD, 2025[12]), primariamente tramite la Banque Publique d'Investissement (BPI) (Grafico 4.14, Sezione B). Includendo altresì gli investimenti nei fondi pubblici promossi da CDP, la quota sale a circa due terzi del totale della raccolta (fundraising) di VC. Per arginare l'esposizione al rischio e problematiche legate a conflitti di interesse, gli investimenti pubblici possono essere limitati a una quota minoritaria all'interno di fondi e aziende partecipate. Una rigorosa valutazione dei rendimenti realizzati attraverso precedenti investimenti pubblici e dei relativi effetti sulla dimensione del mercato del VC e sulle dinamiche delle aziende beneficiarie può favorire scelte consapevoli per orientare gli investimenti futuri e i relativi criteri di selezione. Concentrare i futuri investimenti sulla fase di espansione e su quella avanzata di sviluppo delle imprese consentirà di favorirne meglio la crescita dimensionale.
In generale, l'Italia offre agli investitori in VC solo limitate opportunità di liquidare proficuamente le proprie posizioni tramite acquisizioni, buyout e offerte pubbliche iniziali (IPO). Ciò è dovuto in parte alle dimensioni ridotte del mercato, che consta di un numero inferiore di grandi investitori e aziende potenzialmente interessate ad acquisire start-up, e in parte alla presenza di barriere strutturali. Queste ultime ricomprendono procedure di uscita e requisiti di approvazione complessi, ritardi amministrativi e costi di conformità elevati che ostacolano il processo di uscita. Il nuovo modello cooperativo di conformità (cooperative compliance), tramite il quale le società finanziarie possono ottenere, dalla Banca d'Italia e dall'autorità di regolamentazione dei mercati finanziari (Consob), valutazioni anticipate sulle transazioni in corso di valutazione, rappresenta un passo positivo in tale direzione e dovrebbe contribuire a ridurre i costi di conformità e l'incertezza del diritto (Reuters, 2025[69]). Potenziare i mercati azionari pubblici migliorerà anche le opportunità di uscita per gli investitori del VC, come suggeriscono alcuni studi empirici (Michelacci and Suarez, 2004[14]). Ciò potrebbe accrescere anche l'attrattiva del VC per le aziende alla ricerca di finanziamenti, poiché un'uscita tramite offerta pubblica iniziale (IPO) consente all'imprenditore di riguadagnare indipendenza e riacquisire il controllo della società, a differenza dell'investitore di VC che esce dal mercato cedendo l'azienda a un competitor più grande (Schwienbacher, 2008[51]).
4.5. Potenziare l'innovazione e gli investimenti in R&S
Copy link to 4.5. Potenziare l'innovazione e gli investimenti in R&SIl basso livello di investimenti in innovazione e le lacune in termini di efficienza minano la produttività e la competitività delle imprese. Nonostante un aumento approssimativamente pari al 40 % dal 2014, il numero di brevetti depositati dai residenti italiani resta inferiore rispetto alle cifre registrate da altre grandi economie. Tra il 2000 e il 2020 l'Italia deteneva solo il 6,6 % del numero complessivo di brevetti dell'UE (EPO, 2024[21]). Nel Paese, gli investimenti in proprietà intellettuale (inclusi R&S e TIC) rimangono tra i più bassi della zona euro in tutti i settori e soprattutto nell'industria delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione (TIC), dove risultano di importanza cruciale. La spesa interna lorda in R&S ammontava solo all'1,4 % del PIL nel 2024, uno dei valori più bassi registrati tra i Paesi dell'OCSE, la cui media è del 2,7 % (Grafico 4.15). Il basso livello di investimenti nel settore dell'innovazione deriva primariamente dalla scarsa presenza di grandi imprese; tuttavia, al contempo, le imprese di tutte le dimensioni spendono meno rispetto alle loro omologhe presenti negli altri Paesi dell'OCSE. Le grandi imprese, che impiegano meno del 24 % di tutti i lavoratori, rappresentano oltre il 44 % della spesa complessiva in R&S, seguite dalle università (25 %) e dal settore pubblico (14 %) nel 2022 (ISTAT, 2023[70]). Concentrandosi sulle attività di R&S nelle imprese, oltre l'80 % della spesa complessiva è sostenuta da imprese che fanno parte di multinazionali.
Gli investimenti delle imprese in R&S sono concentrati in settori e tecnologie con un potenziale di impatto minore. Ad esempio, sebbene la maggior parte delle aziende italiane investa in innovazione verde, ciò usualmente interessa la gestione e il riciclo dei rifiuti, attività che possono migliorare l'efficienza e i risultati ambientali ma che, di fatto, hanno un impatto minore sulla produttività e sui processi produttivi. Tra i settori economici, il maggiore investimento in R&S registrato nel periodo compreso tra il 2023 e il 2025 riguarda i settori della produzione di autoveicoli, macchinari e altri mezzi di trasporto (con questi tre settori che rappresentano quasi il 40 % del totale degli investimenti delle imprese in R&S), elettronica, IT e prodotti farmaceutici. Rivedere la struttura del sostegno pubblico a favore di sovvenzioni dirette (finanziamenti a fondo perduto) e regimi fiscali agevolati quali il Patent Box potrebbe aiutare a indirizzare gli investimenti verso il settore dell'innovazione.
Grafico 4.15. Gli scarsi investimenti delle imprese di tutte le dimensioni in R&S frenano la crescita della produttività
Copy link to Grafico 4.15. Gli scarsi investimenti delle imprese di tutte le dimensioni in R&S frenano la crescita della produttività4.5.1. Indirizzare il sostegno pubblico verso l'innovazione
Si rileva uno scarso sostegno pubblico al settore R&S in Italia, pari allo 0,09 % del PIL, a fronte dello 0,23 % rilevato nelle altre economie dell'OCSE (Grafico 4.16, Sezione A). Aumentare il sostegno pubblico al settore R&S, soprattutto in termini di investimenti diretti, potrebbe avere effetti positivi di "crowding-in" attirando investimenti privati. Si stima che nei Paesi dell'OCSE, in media 1 EUR di sostegno, sotto forma di incentivo fiscale o finanziamento diretto, generi 1,40 EUR di R&S nelle imprese (Appelt et al., 2016[56]).
Grafico 4.16. Scarso sostegno pubblico al settore R&S
Copy link to Grafico 4.16. Scarso sostegno pubblico al settore R&S
Nota: i tassi marginali impliciti di sussidio specificano il livello teorico di sovvenzione (al lordo delle imposte) su un'unità aggiuntiva di investimento in R&S. Per i dettagli, si veda la fonte.
Fonte: CE, 2024; e OCSE, incentivi fiscali e finanziamento pubblico diretto per R&S – BERD (Business Enterprise Expenditure on R&D).
Il sostegno pubblico al settore R&S in Italia, più che in altri Paesi dell'OCSE, è erogato primariamente per mezzo di incentivi fiscali sotto forma di crediti di imposta proporzionali alla spesa (Transizione 4.0, Transizione 5.0). Ad esempio, nel 2024 gli incentivi fiscali rappresentavano il 64 % del sostegno pubblico totale alle attività di R&S in Italia, a fronte della media OCSE pari al 58 %. Poiché sia il sostegno diretto sia i regimi di agevolazione fiscale presentano vantaggi, una combinazione più equilibrata dei due potrebbe migliorare l'efficacia della spesa pubblica legata alle attività di R&S. Rispetto ad altre forme di sostegno quali le sovvenzioni dirette, gli incentivi fiscali sono più facili da amministrare e restituiscono maggiore flessibilità alle imprese in sede di selezione dei progetti, con buoni risultati in termini di aumento della spesa in R&S (Appelt et al., 2016[56]). Tuttavia, tale flessibilità comporta una capacità limitata di indirizzare gli incentivi verso le imprese e i progetti desiderati. Quando viene erogato sotto forma di incentivi fiscali, il sostegno al settore R&S tende a essere utilizzato per espandere processi già in atto e per il cosiddetto sviluppo sperimentale, piuttosto che per finanziare nuova ricerca applicata, che rimane praticamente inalterata dagli incentivi fiscali e risponde meglio a un sostegno mirato (OECD, 2024[34]).
Gli incentivi fiscali per le iniziative di R&S rischiano di avvantaggiare maggiormente le imprese consolidate più grandi (cosiddette incumbent) rispetto alle imprese più nuove, più piccole e con accesso limitato al credito (OECD, 2024[34]). Le imprese più piccole tendono a beneficiare degli incentivi fiscali alle attività di R&S in misura inferiore, perché possono incontrare difficoltà nel mobilitare il know-how e le risorse finanziarie e umane necessarie per ampliare le loro attività di R&S e beneficiare degli incentivi fiscali disponibili. Pertanto, le imprese più grandi, che tendono a investire in R&S in misura maggiore, finiscono spesso per percepire una quota maggiore dei fondi dedicati agli incentivi fiscali per spesa in R&S rispetto alle imprese più piccole, sia in Italia sia nella maggior parte degli altri Paesi dell'OCSE. Per incentivare la partecipazione delle imprese più piccole, numerosi Paesi dell'OCSE offrono loro incentivi fiscali specificamente mirati o concedono sostegni più generosi per investimenti di minore entità (Riquadro 4.2). Nel periodo 2021-2024, il sostegno pubblico alla spesa in R&S e agli investimenti è stato erogato principalmente attraverso il regime Transizione 4.0 e il relativo credito di imposta atto ad incentivare gli investimenti in beni strumentali. Nel 2024 l'Italia ha introdotto anche il regime Transizione 5.0, che offre crediti di imposta alle imprese che effettuano investimenti volti a ridurre il consumo energetico, ivi inclusi investimenti nella formazione del personale, nel software e nel capitale fisico nel periodo 2024-2025. Proporzionalmente alla prevista riduzione dei consumi energetici, il credito di imposta può raggiungere il 45 % per investimenti fino a 10 milioni di EUR e il 15 % per investimenti di importo superiore, indipendentemente dalla dimensione dell'impresa. Per ovviare allo scarso grado di fruizione iniziale e meglio sostenere gli investimenti verdi, i requisiti di ammissibilità, il processo di candidatura e altri dettagli del regime sono stati rivisti nel corso del 2025. Nonostante un livello di fruizione generalmente elevato, il ritardo potrebbe aver indotto alcune imprese, in particolare quelle soggette a maggiori limitazioni di accesso al credito, a rinviare gli investimenti. In sede di delineazione dei regimi futuri, maggiori consultazioni con i rappresentanti del settore imprenditoriale potrebbero moderare l'ambiguità e contribuire a ridurre la necessità di apportare modifiche tardive. La Legge di Bilancio 2026 sostituisce i regimi di credito di imposta Transizione 4.0 e Transizione 5.0 con un regime di super ammortamento, che dovrebbe favorire le imprese con utili più elevati e soggette ad aliquote fiscali maggiori. Orientare il sostegno verso le imprese più piccole e le start-up, concedendo loro aliquote di credito di imposta più elevate o consentendo loro di riportare negli anni successivi i crediti di imposta non utilizzati, contribuirebbe a sostenerne gli investimenti e le attività di R&S in maniera più efficace, e la stabilità delle misure di sostegno ne accrescerebbe l'efficacia.
Riquadro 4.2. Efficace sostegno pubblico agli investimenti in R&S
Copy link to Riquadro 4.2. Efficace sostegno pubblico agli investimenti in R&SIncentivi fiscali efficaci
Nella zona OCSE, sono 23 i Paesi che in riferimento agli investimenti in R&S spendono più in incentivi fiscali che in finanziamenti diretti (dati 2024 – OCSE, Portale INNOTAX). I regimi efficaci di incentivi fiscali tendono a offrire rimborsi alle imprese che non dispongono di passività fiscali sufficienti, quali le start-up e le imprese con limitazione di accesso al credito, che tendono ad essere molto ricettive a tali schemi (OECD, 2024[34]). Il sostegno fiscale dovrebbe essere relativamente facile da amministrare e conforme alle norme su commercio e concorrenza che regolano l'uso degli aiuti di Stato. Diversi Paesi, quali Canada e Stati Uniti, applicano disposizioni rivolte direttamente alle PMI oppure, come Australia e Islanda, offrono crediti di imposta più elevati. Nel 2024, le PMI hanno ricevuto in media una sovvenzione fiscale del 19 % sulle spese in R&S, rispetto al 16 % accordato alle grandi imprese con profitti elevati.
Efficace sostegno pubblico alla spesa in R&S oltre ai crediti di imposta
I finanziamenti diretti tramite sovvenzioni, sussidi e contratti di R&S possono rappresentare una integrazione degli incentivi fiscali ed essere indirizzati, più agevolmente, verso settori e ambiti tecnologici specifici. Un tale regime può assicurare un sostegno migliore per le fasi iniziali di ricerca e per interventi di innovazione radicale con esiti commerciali incerti, che gli incentivi fiscali potrebbero non incoraggiare adeguatamente. L'Italia offre alle imprese finanziamenti diretti molto esigui per sostenerne la spesa in R&S (Grafico 4.17). Sono molti i Paesi dell'OCSE che hanno istituito ampi programmi di finanziamento diretto per le attività di R&S. Ad esempio, in Finlandia, il programma Business Finland prevede sovvenzioni che usualmente coprono il 50 % dei costi di progetto (40 % per le mid-cap e le imprese più grandi) oppure prestiti a basso tasso di interesse per coprire fino al 70 % dei costi (50 % per le mid-cap e le imprese più grandi). In particolare, per le imprese più grandi, sono previste sovvenzioni più modeste (fino al 40 % dei costi di progetto) e prestiti più contenuti (50 % dei costi); tuttavia, esse possono ottenere un sostegno più ingente se costituiscono consorzi con PMI o mid-cap finlandesi.
Grafico 4.17. Bassi livelli di finanziamento pubblico diretto e di sostegno fiscale alla spesa delle imprese in R&S
Copy link to Grafico 4.17. Bassi livelli di finanziamento pubblico diretto e di sostegno fiscale alla spesa delle imprese in R&SFinanziamento diretto della spesa delle imprese in R&S (BERD), 2023
Fonte: banca dati dell'OCSE sugli incentivi fiscali per la spesa in R&S, https://oe.cd/rdtax.
Reindirizzare alcune componenti degli strumenti di sostegno pubblico all'innovazione in favore di sovvenzioni dirette e prestiti potrebbe accrescere il rapporto costo-efficacia del sostegno pubblico alla spesa in R&S sostenuta dalle imprese. Le sovvenzioni dirette e i prestiti agevolati tendono a produrre i risultati migliori se indirizzati verso progetti più grandi e a rischio più elevato, con maggiore potenziale di generare innovazioni di forte impatto (Appelt et al., 2016[56]), poiché schermano parzialmente le imprese dal rischio. Tali strumenti, inoltre, possono essere orientati più direttamente verso ambiti di intervento e progetti ritenuti potenzialmente a maggiore impatto.
Nel corso dell'ultimo decennio, le misure di sostegno applicate in Italia sono cambiate di frequente. Da un lato, ciò riflette lo sforzo rivolto ad apprendere progressivamente dall'esperienza, rispondere a shock transitori e migliorare il targeting. Dall'altro lato, la frammentazione e i cambiamenti eccessivamente frequenti in termini di politiche di sostegno, sovvenzioni e criteri di ammissibilità rendono la partecipazione ai programmi più onerosa per le imprese e gli iter amministrativi più gravosi per le autorità. Ciò può scoraggiare le imprese, soprattutto quelle più piccole, dall'aderire ai programmi di sostegno (OECD, 2025[2]; Dlugosch et al., 2025[76]). Inoltre, l'applicazione di sovvenzioni transitorie come soluzione continuativa e ricorrente può distogliere l'attenzione dall'esigenza di affrontare i problemi strutturali di fondo. Valutare l'efficacia dei programmi di finanziamento alla spesa in R&S esistenti e dei nuovi programmi proposti in termini di investimenti, brevetti e valore aggiunto, piuttosto che esclusivamente di adesione ed erogazione, contribuirebbe a orientare l'impostazione delle future misure. La stima dei costi amministrativi e di conformità dovrebbe essere inclusa nella valutazione per verificare se le misure di sostegno possano essere troppo onerose o frammentate e se cambiamenti eccessivamente frequenti delle politiche possano frenare gli investimenti.
4.5.2. Rafforzare i legami tra imprese e università e costruire cluster
Le università e gli istituti di ricerca italiani ottengono buoni risultati nel campo della ricerca fondamentale, ma faticano a tradurre tali risultati in innovazioni commercializzate e brevetti (Grafico 4.18). Nel 2022, ad esempio, hanno contribuito al 2,7 % del totale delle pubblicazioni scientifiche a livello globale e al 15 % all'interno dell'UE (European Commission, 2024[66]), anche in settori innovativi quali la biotecnologia. Tuttavia, le università italiane faticano ad attrarre e trattenere ricercatori in numerosi ambiti scientifici e in particolare nel settore delle TIC, il cui numero di ricercatori nel 2022 era inferiore rispetto al 2018. I fondi del PNRR hanno consentito alle università di invertire temporaneamente la tendenza attraverso l'assunzione di circa 12 000 ricercatori aggiuntivi con contratto a tempo determinato. La Legge di Bilancio per il 2026 stanzia 50 milioni di EUR per cofinanziare la stabilizzazione di tali contratti a tempo determinato. Garantire che continuino a essere stanziati fondi sufficienti per attrarre e trattenere ricercatori sarà di fondamentale importanza per preservare i progressi compiuti ed evitare di compromettere i rendimenti degli investimenti del PNRR (CNR, 2025[59]). Sviluppare una strategia concreta per estendere i contratti dei ricercatori di successo attualmente impiegati con contratti a tempo determinato o a tempo indeterminato contribuirebbe a preservare la competitività dei centri di ricerca e delle università italiane e a sostenere le attività di ricerca e innovazione.
Grafico 4.18. Nonostante i successi delle sue università, il Paese è un "innovatore moderato"
Copy link to Grafico 4.18. Nonostante i successi delle sue università, il Paese è un "innovatore moderato"Sostenere partenariati efficaci e strutturati tra università e industria locale può accelerare il trasferimento dell'innovazione, aiutare le imprese esistenti a migliorare le proprie prestazioni e a crescere di scala, promuovere la formazione di start-up e attrarre investimenti privati e talenti. Ciò può avere ricadute positive sull'economia locale e sui mercati del lavoro, come sta già avvenendo, ad esempio, per il settore farmaceutico in alcune aree del Nord e per i semiconduttori in Sicilia. Per potenziare le sinergie tra l'ecosistema della ricerca e le imprese, il Ministero dell'Università e della Ricerca ha coinvolto attivamente le aziende private nella definizione di nuovi programmi di ricerca e innovazione e ha introdotto un sistema di Indicatori Chiave di Prestazione (KPI – Key Performance Indicators) per valutarne l'impatto sulla società. I fondi a valere sul PNRR hanno consentito all'Italia di finanziare 30 progetti di partenariato pubblico-privato per un investimento totale di oltre 4,5 miliardi di EUR e di investire in 33 infrastrutture di ricerca e 26 infrastrutture per l'innovazione. La Legge di Bilancio 2025 stanzia risorse adeguate per il biennio 2027-2028 al fine di garantire la continuità dei suddetti progetti. Migliorare l'efficacia di tali partenariati richiederà, tuttavia, una riforma completa e coerente dei quadri normativi delle università, delle strutture organizzative, degli assetti di governance e degli incentivi di carriera.
Nonostante le recenti iniziative di riforma del sistema universitario, barriere strutturali e organizzative continuano a ostacolare il coinvolgimento delle università con le imprese locali attraverso cluster di innovazione. Le collaborazioni sono ostacolate dagli iter amministrativi delle università, che variano tra le diverse istituzioni. Una maggiore flessibilità dei regolamenti universitari potrebbe agevolare collaborazioni e scambi di conoscenze, rafforzando il ruolo delle università quali catalizzatori dell'innovazione e fornitori di competenze e strutture altamente specializzate. In Italia, gli accademici e i ricercatori godevano tradizionalmente di una solidissima tutela dei diritti di proprietà, limitando l'attrattiva economica dei "cluster industria-università" per le imprese. La riforma del 2024 del Codice della Proprietà Industriale (CPI), che limita tale distorsione, dovrebbe rafforzare significativamente le collaborazioni e sostenere l'innovazione. Le strutture istituite per accedere ai fondi del PNRR, in larga parte canalizzati attraverso i governi regionali, potrebbero fungere da modello a lungo termine per promuovere collaborazioni tra università più grandi e amministrazioni pubbliche locali o persino con imprese private. Ad esempio, molte università più grandi hanno istituito quadri giuridici ad hoc e procedure semplificate e hanno assunto e formato personale amministrativo dedicato. Parallelamente, la scarsa partecipazione delle università più piccole evidenzia la necessità di rafforzarne la capacità amministrativa e di istituire uffici per il trasferimento tecnologico efficaci. I partenariati tra imprese e università possono essere rafforzati ampliando l'uso di queste procedure semplificate e istituendo uffici dedicati a livello regionale per aiutare le università più piccole in attività quali trasferimento tecnologico, comunicazione, sostegno legale e partenariati, eventualmente guidati da un'autorità di coordinamento a livello ministeriale (OECD, 2024[47]). Inoltre, potrebbero essere create delle reti di università più piccole situate in aree remote al fine di condividere risorse e conoscenze, come nel caso dei Consorzi di Università di Eccellenza tedeschi.
Le leggi e le policy che regolano i diritti di proprietà intellettuale generati nell'ambito di ricerche finanziate con fondi pubblici (come il Bayh-Dole Act statunitense) sono fondamentali per stimolare l'innovazione basata sulla ricerca e determinarne la redditività. Il recente trasferimento alle università e ai centri di ricerca dei diritti di proprietà intellettuale generati nell'ambito di ricerche finanziate con fondi pubblici (abolendo il cosiddetto "Professor's Privilege") dovrebbe agevolare il trasferimento di nuove tecnologie al sistema produttivo. Il nuovo regime normativo offre maggiore certezza giuridica alle imprese interessate a sfruttare i risultati delle ricerche, riduce i costi di transazione per i partner e incoraggia canali più formali ed efficienti per il trasferimento di conoscenze e tecnologie. Tali miglioramenti potrebbero essere integrati rafforzando la tutela legale per forme di proprietà intellettuale applicabili all'innovazione non tecnologica – quali, ad esempio, i segreti commerciali per proteggere il know-how industriale.
Sebbene il Piano nazionale Industria 4.0/Transizione 4.0 abbia coinvolto investimenti significativi atti a sostenere le collaborazioni tra industria e università, il Piano si è rivelato piuttosto complesso e frammentato, limitando l'efficacia dei risultati. Grazie al Piano, sono stati realizzati otto centri di competenza (partenariati tra università e imprese locali che offrono formazione e informazioni alle imprese, in particolare alle PMI), 277 hub di innovazione digitale (iniziative di associazioni imprenditoriali locali per sostenere l'adozione di nuove tecnologie digitali) e 89 punti impresa digitale (analoghi agli hub di innovazione digitale, ma sono gestiti dalle Camere di Commercio locali e coprono non solo tecnologie digitali ma anche tecnologie verdi). L'efficacia di queste strutture può essere migliorata promuovendone il coordinamento strategico, a livello locale e nazionale. Laddove considerate strategiche e di impatto, il coinvolgimento di tali strutture potrebbe essere incluso tra i criteri di ammissibilità per l'assegnazione di finanziamenti pubblici.
I ricercatori universitari frequentemente non beneficiano ancora di adeguati incentivi di carriera per impegnarsi nell'innovazione commercializzata. Carriere ibride a cavallo tra università ed imprese o organizzazioni economiche esterne per ricercatori, manager e amministratori possono migliorare tali incentivi, rafforzare la struttura manageriale delle università pubbliche e agevolare le collaborazioni con l'economia locale. Nelle università italiane, la mancanza di riconoscimenti e incentivi di carriera per il personale universitario coinvolto in attività di scambio di conoscenze e collaborazione ostacola le collaborazioni (OECD, ITA.CON Survey and Interviews, 2022). Numerose iniziative introdotte di recente, quali la riforma che coinvolge l'ente di valutazione esterna (ANVUR), l'obbligo di includere membri esterni non accademici nei consigli di amministrazione delle università e l'introduzione di programmi di dottorato industriale e innovativo possono contribuire in tale direzione. La riforma dell'ente di valutazione esterna dovrebbe rafforzare l'efficacia dei programmi di finanziamento e l'applicazione di incentivi basati sulle prestazioni. I programmi di dottorato sono co-progettati e co-finanziati da università, governi regionali e imprese locali, e possono rappresentare uno strumento per favorire la collaborazione e incentivare ricercatori e università a impegnarsi nell'innovazione commercializzata. Sebbene la partecipazione delle imprese più piccole sia stata finora limitata, l'aumento dei finanziamenti pubblici, introdotto nel 2024, dovrebbe contribuire a ridurre i costi, inizialmente elevati, di partecipazione. Altre iniziative volte a rafforzare gli incentivi per università e ricercatori a impegnarsi nell'innovazione commercializzata includono l'introduzione, nel 2022, di nuove posizioni di ricerca co-finanziabili da enti privati, nonché l'estensione dell'ammissibilità agli investimenti pubblici in ricerca anche per le imprese private e gli enti senza scopo di lucro (Legge di Bilancio 2025). Vi è margine per valutare l'efficacia di tutti i programmi recenti e coinvolgere industria, studenti e rappresentanti accademici nel miglioramento della loro struttura.
Negli ultimi anni sono state intraprese diverse iniziative di politica pubblica atte a sostenere la ricerca di base (pura) e la ricerca applicata attirando e trattenendo talenti accademici. L'Italia ha lanciato, ad esempio, una serie di bandi diretti per nominare studiosi di grande prestigio, individuati tra i leader di programmi di ricerca altamente qualificati o tra i vincitori di progetti di eccellenza. L'efficacia di tali misure può essere rafforzata apportando migliorie generali all'ecosistema della ricerca e al sistema di finanziamento.
I finanziamenti pubblici possono favorire l'innovazione incoraggiando le università a interagire con le imprese e con la società nel suo insieme. Il finanziamento pubblico alle università è in larga parte (70 %) basato sulla loro spesa, in misura minore sui risultati dell'insegnamento e della ricerca e solo in minima parte (1,5 %) sulle loro prestazioni nello scambio di conoscenze, nonostante un aumento nel 2025. Ciò limita gli incentivi per le università e per il loro personale a investire risorse di bilancio e tempo in attività di sviluppo, in progetti congiunti e in azioni divulgative rispetto a un approccio più equilibrato, quale il REF del Regno Unito. I cambiamenti in corso in termini di criteri e procedure per la valutazione della qualità della ricerca (VQR 2020–24) dovrebbero determinare un aumento degli incentivi per le università e gli enti di ricerca a impegnarsi nel trasferimento tecnologico. Il Piano Industria 4.0 e il pilastro M4C2 del PNRR Dalla Ricerca all'Impresa hanno incrementato il livello degli investimenti nei Centri di Competenza, nei punti nazionali di innovazione digitale e negli hub tecnologici collegati alle università, nonché nelle borse di studio, nei contributi e nei finanziamenti in equity per start-up, progetti guidati da giovani ricercatori e partenariati università-industria. Tuttavia, l'attuazione dei progetti del PNRR in R&S è in ritardo rispetto al relativo cronoprogramma, con solo il 16,6 % dei fondi spesi entro luglio 2024. Sebbene l'impatto di tali investimenti in termini di risultati della ricerca, brevetti e innovazione debba essere attentamente monitorato, la sfida principale consisterà nell'individuazione dei progetti più promettenti in termini di potenziale di generazione di occupazione e reddito. Progetti del settore pubblico assegnati in modo competitivo (sull'esempio dell'iniziativa tedesca Fraunhofer-Gesellschaft), possono generare un'ulteriore forma di finanziamento che favorisca l'innovazione.
4.5.3. Accelerare l'adozione delle tecnologie digitali, inclusa l'IA
Sebbene l'Italia abbia compiuto progressi costanti nell'adozione dell'innovazione digitale, finora i progressi sono stati per lo più trainati dal settore pubblico, denotando un certo ritardo del settore privato. L'adozione delle tecnologie digitali da parte delle imprese rimane relativamente scarsa, come evidenziato ad esempio dall'indice di intensità digitale di Eurostat, che misura l'utilizzo, da parte delle imprese, di diverse tecnologie (tra cui e-commerce, internet, processi di e-business, cloud computing, robotica e analisi dei dati). Circa il 29 % delle imprese italiane con più di 10 dipendenti è caratterizzata da un bassissimo livello di intensità digitale, a fronte del 26 % nella zona euro (Grafico 4.19). I recenti progressi nello sviluppo delle infrastrutture digitali, nella diffusione delle connessioni in fibra ottica e nella digitalizzazione dei servizi pubblici dovrebbero rafforzare l'adozione dell'IA e delle tecnologie digitali da parte delle imprese private. I principali fattori alla base della scarsa digitalizzazione in Italia risiedono tuttavia nella carenza di competenze della forza lavoro e, a livello manageriale, e nei bassi livelli di investimento in asset immateriali complementari, soprattutto tra le micro e piccole imprese (Calvino et al., 2022[32]). Per sostenere l'adozione di tali innovazioni, gli incentivi fiscali mirati alla formazione e agli investimenti (Fondo per la Transizione Digitale e Transizione 4.0) dovrebbero essere integrati da misure dirette volte a rafforzare le competenze dei lavoratori e dei dirigenti (manager), in linea con la Strategia italiana per l'Intelligenza Artificiale 2024-2026.
Grafico 4.19. Nonostante i progressi, l'intensità digitale nelle imprese italiane rimane relativamente bassa
Copy link to Grafico 4.19. Nonostante i progressi, l'intensità digitale nelle imprese italiane rimane relativamente bassaImprese con indice di intensità digitale molto basso, %
Nota: le definizioni per i due periodi non sono le medesime, consentendo un confronto tra Paesi ma non tra archi temporali. Imprese con 10 dipendenti o più, tutte le attività (eccetto agricoltura, silvicoltura e pesca, ed estrazione mineraria e cave), escluso il settore finanziario.
Fonte: Eurostat (isoc_e_dii).
Nonostante il relativo ritardo nell'adozione dell'IA, l'Italia ha un buon potenziale per ridurre il divario che la separa dalle economie dell'OCSE caratterizzate dalle performance migliori, grazie agli elevati volumi di pubblicazioni scientifiche e investimenti legati all'IA. Nel 2024, l'Italia era nona al mondo e quarta in Europa per numero complessivo di pubblicazioni scientifiche in materia di IA, e si collocava intorno alle medie OCSE ed UE per pubblicazioni pro capite. L'Italia si annovera tra i leader globali nelle tecnologie strategiche quali i semiconduttori e il calcolo quantistico, con ingenti investimenti nel campo del calcolo ad alte prestazioni (HPC) e delle tecnologie quantistiche, e dotato di cinque supercomputer attivi. La creazione di cluster di ricerca può rafforzare lo scambio efficace di conoscenze e la collaborazione tra industria, università e centri di ricerca. A metà 2025, il volume totale degli investimenti in IA, effettuati principalmente da grandi imprese e istituzioni pubbliche e concentrati soprattutto in dati e attrezzature, era circa il doppio della media UE, anche grazie ai finanziamenti del dispositivo europeo Next Generation EU – Recovery and Resilience Facility (NGEU RRF). Il potenziamento delle competenze dei dirigenti e dell'intera forza lavoro sarà fondamentale per garantire che tali investimenti contribuiscano al miglioramento delle tecnologie e delle pratiche.
Nelle imprese più piccole l'adozione dell'IA è stata finora relativamente modesta (Grafico 4.20) e per lo più finalizzata a prevenire attacchi digitali, piuttosto che, ad esempio, ad automatizzare i processi produttivi, la manutenzione dei macchinari o la logistica. L'indagine OECD/BCG/INSEAD Survey of AI-Adopting Enterprises sulle imprese che adottano l'IA rileva che gli alti costi rappresentano il principale ostacolo all'aumento dell'adozione delle tecnologie di IA nelle piccole imprese italiane. Il sostegno pubblico, la R&S e gli incentivi fiscali per la digitalizzazione possono aiutare le imprese a superare questa sfida. Ad esempio, il Lussemburgo ha incentivato l'adozione delle tecnologie digitali nelle PMI attraverso l'emissione di voucher dedicati, mentre la Germania sostiene l'adozione delle tecnologie digitali nelle PMI attraverso varie iniziative di hub (ad esempio Mittelstand-Digital), prestiti e altri programmi di finanziamento per l'innovazione o gli investimenti.
Grafico 4.20. L'adozione dell'IA è in ritardo in Italia rispetto ad altre grandi economie
Copy link to Grafico 4.20. L'adozione dell'IA è in ritardo in Italia rispetto ad altre grandi economie
Nota: la Sezione B indica il numero di pubblicazioni frazionate. Per i dettagli, si veda: https://oecd.ai/en/elsevier.
Fonte: banca dati dell'OCSE: ICT Access and Usage by Businesses (Accesso alle TIC e uso da parte delle imprese); e OECD-AI (2025), dati attinti da OpenAlex, ultimo aggiornamento 30-09-2025, https://oecd.ai/.
Il livello di adozione di altre tecnologie digitali appare eterogeneo. Le ultime cifre disponibili per il 2021 dell'Indice di Digitalizzazione dell'Economia e della Società (DESI) della Commissione europea evidenziavano elevati tassi di adozione dei servizi cloud e un notevole utilizzo della fatturazione elettronica, quest'ultimo anche in virtù di obblighi legislativi. Al contempo, meno di un'impresa su dieci utilizza big data e, mentre le vendite di e-commerce rappresentano circa il 14,0 % del fatturato complessivo a fronte della media UE pari al 12,4 %; tra i grandi Stati membri dell'UE, la percentuale di PMI italiane che vendono online è tra le più basse (14,7 %) e ben al di sotto della media UE (20,1 %), nonostante l'espansione indotta dalla pandemia da COVID-19.
4.6. Rafforzare la qualità della dirigenza e le competenze della forza lavoro
Copy link to 4.6. Rafforzare la qualità della dirigenza e le competenze della forza lavoroLa capacità manageriale e le competenze della forza lavoro in Italia sembrano essere inferiori rispetto a molti altri Paesi dell'OCSE e generalmente più basse nelle imprese italiane più piccole rispetto a quelle più grandi (Grafico 4.21). Ciò ostacola l'innovazione, l'espansione delle imprese e l'aumento della produttività. Ad esempio, solo il 16 % dei lavoratori italiani possiede elevate competenze in materia di TIC, a fronte del 30 % circa in Germania e Francia. Le qualifiche relativamente basse dei dirigenti riflettono il minore livello medio di istruzione degli adulti in Italia rispetto ad altri Paesi dell'OCSE. L'emigrazione di molti giovani lavoratori altamente qualificati alla ricerca di migliori opportunità di lavoro impoverisce ulteriormente il bacino di talenti (Capitolo 2). Rafforzare le competenze dei dirigenti potrebbe accrescere la loro capacità di guidare le aziende verso il successo economico e promuovere una cultura dell'apprendimento, incoraggiando la formazione del personale e utilizzando efficacemente le competenze della forza lavoro.
L'adozione di buone pratiche manageriali può integrare le competenze dei lavoratori e dei dirigenti. Le imprese italiane sono in ritardo rispetto alle loro omologhe negli Stati Uniti e in Germania in termini di adozione di pratiche manageriali consolidate, primariamente nella gestione delle risorse umane. Ad esempio, la valutazione sistematica e la ricompensa delle prestazioni dei dipendenti sono pratiche meno comuni e spesso non integrate nella struttura organizzativa, in primis nelle PMI. Portare le competenze e le pratiche manageriali al livello mediano dell'OCSE potrebbe ridurre il disallineamento (mismatch) delle competenze in Italia di circa 7 punti percentuali e migliorare la produttività del lavoro di 2,5 punti percentuali (Adalet McGowan and Andrews, 2015[55]).
Grafico 4.21. La qualità dirigenziale in Italia, primariamente nelle imprese più piccole, è inferiore a quella delle altre economie dell'OCSE
Copy link to Grafico 4.21. La qualità dirigenziale in Italia, primariamente nelle imprese più piccole, è inferiore a quella delle altre economie dell'OCSEPunteggi di efficienza gestionale, 2015
Nota: la Sezione A mostra il 5°, 25°, 50°, 75° e 95° percentile. Il campione include solo imprese di medie e grandi dimensioni con 50-5 000 dipendenti. La Sezione B indica soltanto i dati per l'Italia.
Fonte: World Management Survey.
4.6.1. Colmare le lacune nelle competenze della forza lavoro
Le competenze di alfabetizzazione, numeracy (competenze numeriche) e problem solving adattivo dei lavoratori italiani sono inferiori rispetto alla maggior parte dei Paesi dell'OCSE ad alto reddito (Capitolo 2), secondo il ciclo 2022-2023 dell'Indagine PIAAC-OCSE sulle competenze degli adulti. In particolare, il 46 % degli adulti ha difficoltà a risolvere problemi che presentano più passaggi o problemi complessi, con percentuali ancora più elevate tra le coorti più anziane. Per le coorti già intervistate un decennio prima, i punteggi individuali sono significativamente peggiorati nel tempo. Ciò evidenzia l'importanza di rafforzare il sistema di istruzione e formazione. Nonostante i significativi progressi compiuti negli ultimi decenni, l'Italia presenta ancora una delle percentuali più basse di individui con istruzione terziaria nella zona OCSE e un sistema di istruzione e formazione professionale che va ulteriormente sviluppato (Capitolo 2). I divari in termini di competenze non incidono soltanto sulla produttività, ma possono anche limitare l'innovazione e l'adozione tecnologica, inclusi gli ambiti del digitale, dell'IA e della transizione verde, ostacolando potenzialmente la competitività dell'Italia in questi settori in crescita. L'Italia è particolarmente impegnata a investire nelle competenze legate allo sviluppo e all'uso delle tecnologie quantistiche, nonché dell'IA, dell'HPC e dei CHIPS. A tal fine è stato istituito un comitato interministeriale e sviluppato una ampia tabella di marcia (Strategia italiana per le tecnologie quantistiche) che guida gli investimenti in ricerca di base (pura) e applicata, laboratori, studi di fattibilità e molteplici progetti innovativi che spaziano dall'aerospazio e dall'IA ai supercomputer.
Parallelamente, si rileva un forte disallineamento tra le competenze richieste dalle imprese e quelle acquisite dagli adulti tramite istruzione e formazione, contribuendo alla scarsa produttività del lavoro. Una percentuale inferiore della forza lavoro si è laureata in discipline STEM o possiede competenze TIC, digitali o verdi rispetto alla maggior parte dei Paesi dell'OCSE, e la quota di popolazione con competenze digitali di base è sorprendentemente bassa (intorno al 46 %). In recenti indagini condotte tra le imprese, il 25,5 % delle aziende italiane (appena al di sopra della media OCSE) dichiara di affrontare gravi carenze di manodopera (Filippucci et al., 2025[42]), con carenze più elevate nelle regioni settentrionali a maggiore produttività del lavoro. I disallineamenti riguardano sia i lavoratori sovraqualificati sia quelli sottoqualificati, che rappresentano rispettivamente il 18 % e il 22 % del numero complessivo di lavoratori, rispetto al 16 % e al 19 % nella zona OCSE (Grafico 4.22). Mentre nel medio periodo le politiche del mercato del lavoro e dell'istruzione discusse nel Capitolo 2 (tra cui l'espansione delle ITS Academy (Istituti Tecnologici Superiori), dell'istruzione e formazione professionale e degli apprendistati) possono contribuire ad affrontare le problematiche legate alla carenza di competenze, il breve periodo richiede invece l'adozione di misure complementari.
Grafico 4.22. Forti disallineamenti delle competenze e scarsa partecipazione alla formazione
Copy link to Grafico 4.22. Forti disallineamenti delle competenze e scarsa partecipazione alla formazione
Nota: Sezione B: tasso di partecipazione dei dipendenti all'istruzione e alla formazione (ultime 4 settimane).
Fonte: Job Creation and Local Economic Development 2024 - Country Notes: Italy | OECD; ed Eurostat (trng_lfs_07).
Aumentare la formazione degli adulti può contribuire ad adeguare le competenze dei lavoratori più anziani alle mutevoli esigenze dei datori di lavoro e della società. Nel 2015 il tasso di partecipazione alla formazione degli adulti era così basso in Italia che una simulazione approssimativa suggerisce che portarlo alla mediana dell'OCSE ridurrebbe significativamente il divario di competenze di 6 punti percentuali e aumenterebbe la produttività di circa il 2 % (Adalet McGowan and Andrews, 2015[55]). Nel 2024, circa l'11 % dei lavoratori adulti ha partecipato a corsi di istruzione o formazione in Italia, circa la metà della media UE-OCSE (Grafico 4.22). A tutti i livelli di istruzione, il ritardo nella partecipazione rispetto agli altri Paesi dell'UE è maggiore tra le persone con un basso livello di istruzione e nelle professioni che richiedono competenze inferiori. La distribuzione dimensionale delle imprese italiane riveste ancora una volta un ruolo importante per spiegare il divario nella partecipazione alla formazione e nell'offerta rispetto agli altri Stati membri dell'Unione europea. Non solo l'offerta di formazione nelle PMI è inferiore a quella delle imprese più grandi, ma il divario in termini di partecipazione tra i lavoratori delle piccole e delle grandi imprese è ampio rispetto a molti altri Paesi UE-OCSE (Grafico 4.23).
I lavoratori italiani indicano gli alti costi e i conflitti di orario con il lavoro (soprattutto gli uomini) o con gli impegni familiari (soprattutto le donne) come principali ostacoli alla partecipazione alla formazione (Indagine sulla formazione degli adulti ISTAT/Cedefop). Una formazione sussidiata erogata in stretta collaborazione con il datore di lavoro potrebbe attenuare entrambi gli ostacoli. L'introduzione, nel 2003, dei Fondi Paritetici Interprofessionali Nazionali per la Formazione Continua (in breve, Fondi) ha rappresentato un primo passo in tale direzione. I Fondi sono promossi dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dai sindacati e sono finanziati in parte attraverso contributi obbligatori dei datori di lavoro (0,3 % della retribuzione dei lavoratori). Finora l'impatto è stato limitato: 3 imprese su 4 non appartengono a nessun Fondo e i Fondi sono spesso utilizzati per finanziare la formazione obbligatoria in materia di sicurezza e salute, con scarso impatto sulle competenze che migliorano la produttività (OECD, 2019[77]). La Francia utilizza un sistema analogo; tuttavia, l'onere a carico dei datori di lavoro, che è più elevato rispetto all'Italia soprattutto per le imprese più grandi, è utilizzato per finanziare conti individuali di apprendimento e le imprese devono anche concedere congedi per la formazione. L'onere più elevato implica maggiori finanziamenti e incentivi più robusti per le imprese a progettare e offrire formazione pertinente, mentre il congedo formativo obbligatorio sostiene la partecipazione dei dipendenti al sistema. Le percentuali di imprese che offrono formazione professionale ai propri dipendenti e al personale che partecipa a tali attività sono entrambe più alte in Francia che in Italia. L'efficacia dei Fondi in Italia potrebbe essere migliorata potenziando i finanziamenti pubblici e i contributi dei datori di lavoro e vietandone l'uso per finanziare la formazione obbligatoria. Inoltre, offrire corsi più modulari potrebbe aiutare ad affrontare i conflitti di orario e le barriere di costo, agevolando la partecipazione di un numero più ampio di dipendenti. La necessità di programmi di formazione flessibili, personalizzati e certificabili è esplicitamente riconosciuta nelle nuove linee guida per i Fondi Interprofessionali pubblicate nel 2026. In tal senso, il lancio della piattaforma pubblica di e-learning EDO, che offre agli utenti la possibilità di acquisire competenze specifiche orientate al lavoro e ottenere una certificazione, potrebbe contribuire a favorire la partecipazione alla formazione.
Il grado di efficacia e di accesso ai programmi di formazione per adulti potrebbe essere rafforzato migliorando la presenza degli uffici dei servizi per l'impiego sul territorio, soprattutto nelle regioni del Sud e nelle aree rurali del Paese. Le riforme in corso dei programmi di formazione per adulti mirano a fornire informazioni più accurate e accessibili sulle opportunità formative disponibili. Il finanziamento diretto della formazione dei lavoratori attraverso voucher, sussidi e conti individuali di apprendimento (Individual Learning Accounts – ILA) (sulla scia dei sistemi francesi CFP e olandesi STAP), rispetto al tradizionale finanziamento dell'offerta (fornitori di formazione), potrebbe incrementare il grado di partecipazione. I finanziamenti destinati ai lavoratori, o a determinate categorie di essi, anziché ai datori di lavoro, sono generalmente associati a una minore "perdita secca" (OECD, 2019[63]). L'efficacia dei costi, l'efficienza e la capacità di risposta a quesiti mutevoli possono essere migliorate abbinando meglio i discenti e i programmi, accordando priorità alle competenze richieste nelle occupazioni penalizzate da carenza di manodopera come nelle Arbeitsstiftungen austriache, e rafforzando i processi di garanzia della qualità. La recente creazione di un sistema informativo e di una piattaforma multifunzione (SIISL e AppLI, discussi nel Capitolo 2) potrebbe migliorare l'allineamento tra lavoratori e persone in cerca di lavoro, da un lato, e le opportunità di formazione dall'altro.
Riducendo i costi di partecipazione, i sussidi alla formazione mirati ai lavoratori meno istruiti nelle imprese più piccole possono contribuire a migliorare la disponibilità e l'utilizzo della formazione e a ridurre i divari in termini di competenze. Nel corso degli ultimi anni, l'Italia ha migliorato il targeting verso le PMI. Ad esempio, i crediti di imposta offerti alle imprese per coprire parzialmente i costi diretti della formazione e i costi indiretti delle ore di lavoro non svolte sono generalmente più elevati per le PMI (Credito di Imposta Formazione 4.0, Formazione 5.0, Fondo Nuove Competenze). Finora il targeting non è stato efficace. Ad esempio, l'utilizzo del Fondo Nuove Competenze tra il 2021 e il 2023 è stato notevole, ma la partecipazione è stata concentrata nelle imprese di medie e grandi dimensioni (ANPAL, 2023[44]). I conti individuali di apprendimento potrebbero essere più efficaci nella misura in cui possono essere più facilmente indirizzati verso categorie selezionate di lavoratori che tendono a partecipare meno alle attività di formazione, come le donne, i lavoratori più anziani e coloro che possiedono qualifiche e livelli di istruzione più bassi.
Grafico 4.23. La partecipazione alla formazione è minore nelle aziende più piccole
Copy link to Grafico 4.23. La partecipazione alla formazione è minore nelle aziende più piccolePercentuale di dipendenti che partecipano a corsi di formazione professionale per classe dimensionale di impresa, 2020
Nota: il Grafico mostra la percentuale di dipendenti che partecipano a corsi di formazione professionale continua (CVT) nelle imprese con almeno 10 dipendenti.
Fonte: Eurostat (trng_cvt_12s).
Le attività di valutazione prospettica delle competenze possono fornire informazioni sulle esigenze attuali e future in materia di competenze e aiutare studenti, istituti di istruzione, datori di lavoro e lavoratori a orientarsi nelle decisioni relative all'istruzione, alla formazione o all'occupazione. Possono essere utilizzati strumenti avanzati di intelligence per raccogliere dati granulari e tempestivi sulle professioni a livello regionale e sulla domanda di competenze, presentando, così, analisi basate sui dati sulle tendenze della domanda di competenze in modo facilmente accessibile per scuole, università e lavoratori di tutte le età e livelli di competenza. Le piattaforme nazionali e locali esistenti potrebbero fungere da base di partenza (ad esempio, Excelsiorienta, Almalaurea). I dati potrebbero anche aiutare a identificare le cause profonde delle carenze e guidare la predisposizione di policy mirate, basate sul territorio, in materia di competenze e mercato del lavoro per attenuare tali carenze.
Nonostante la generale carenza di lavoratori qualificati, le competenze dei lavoratori immigrati sono sottoutilizzate, riflettendo sia barriere formali (riconoscimento delle qualifiche estere) sia barriere informali legate alla lingua e all'adattamento culturale (Grafico 4.24). Nel 2024, l'Italia registrava la seconda percentuale più bassa di migranti laureati tra le economie UE-OCSE, meno del 12 % rispetto al 28 % nell'UE-27. Migliorare il riconoscimento delle qualifiche estere potrebbe contribuire a utilizzare meglio le competenze dei lavoratori nati all'estero. Ad esempio, il Belgio ha adottato un processo di domanda digitale, riducendo i tempi di elaborazione per il riconoscimento delle qualifiche estere, che passano da diversi mesi a poche settimane. Il servizio rapido della Norvegia riconosce automaticamente le qualifiche ottenute nei Paesi partner e valuta le qualifiche conseguite altrove entro cinque giorni lavorativi. Gli sforzi recenti dell'Italia si sono invece concentrati sulla creazione di programmi pilota, cofinanziati dai datori di lavoro, per identificare, formare e certificare cittadini di Paesi terzi nel loro Paese di origine prima di offrire loro un visto di lavoro per assumere un impiego in Italia. Questa strategia può integrare altri sforzi, anche se non aiuta a utilizzare meglio le competenze dei lavoratori stranieri che sono già in Italia, e non offre una soluzione diretta nel breve periodo alla carenza di competenze nelle imprese italiane.
La partecipazione ai bandi di concorso per posizioni presso le università italiane o gli enti della pubblica amministrazione richiede spesso il possesso di una laurea italiana. Per partecipare, i candidati in possesso di titoli di studio e qualifiche ottenuti all'estero sono tenuti a ottenere il loro riconoscimento formale. Il riconoscimento dei titoli di studio universitari conseguiti all'estero (equivalenza) può rivelarsi un iter lungo, costoso e complesso, poiché solitamente richiede al candidato di procurarsi traduzioni giurate e autenticate dei documenti accademici. In alternativa, chi ha conseguito una laurea all'estero può presentare domanda presso un'università di propria scelta per ottenere un titolo di pari livello (equipollenza), la cui validità e valore si estendono chiaramente oltre le singole procedure di assunzione; tuttavia, ciò richiede spesso l'iscrizione all'università e il superamento di alcuni esami, con costi e ritardi considerevoli. I tempi di elaborazione e le spese amministrative variano in modo significativo da un'università all'altra, con costi complessivi (comprese le traduzioni giurate e le tasse applicate) che vanno da poche centinaia di EUR a oltre 1 000 EUR. Sebbene alcuni meccanismi di reclutamento (come i bandi diretti) consentano alle università di aggirare il problema, essi non affrontano direttamente la complessità di fondo delle procedure di riconoscimento e le conseguenti inefficienze economiche. Una semplificazione decisiva delle procedure per il riconoscimento dei titoli universitari conseguiti all'estero (anche attraverso un migliore utilizzo delle tecnologie digitali) favorirebbe le università e i centri di ricerca italiani nella loro capacità di attrarre talenti. Una progettualità e una supervisione accurate contribuiranno a garantire misure di sicurezza efficaci e a limitare il rischio di frodi.
Grafico 4.24. Molti lavoratori, soprattutto tra quelli di origine straniera, sono sovraqualificati per il lavoro che svolgono
Copy link to Grafico 4.24. Molti lavoratori, soprattutto tra quelli di origine straniera, sono sovraqualificati per il lavoro che svolgonoTasso di sovraqualificazione, individui occupati con istruzione superiore, 2021 o anno più recente
Fonte: OCSE/Commissione europea (2023), Indicators of Immigrant Integration 2023: Settling In (Indicatori dell'integrazione degli immigrati 2023: l'inserimento nella nuova realtà).
4.6.2. Migliorare la capacità manageriale
La qualità relativamente bassa del management italiano rischia di limitare in modo significativo le prestazioni delle imprese del Paese. È stato stimato che le pratiche manageriali inefficienti siano responsabili di circa il 30 % della dispersione della produttività totale dei fattori (PTF) tra le imprese manifatturiere sia a livello transnazionale che all'interno dei singoli Paesi (Bloom, Sadun and Van Reenen, 2016[23]). L'indagine dell'OCSE sulla formazione nelle PMI rileva che le imprese guidate da un amministratore delegato in possesso di un titolo di studio terziario sono più propense rispetto alle altre a innovare e a investire in beni immateriali e in R&S. Ciò amplifica l'effetto sulla produttività di buoni manager durante i periodi di rapida innovazione tecnologica. Ad esempio, è stato stimato che le inefficienze manageriali spieghino fino al 28 % del divario di produttività tra le imprese italiane e tedesche tra il 1995 e il 2008, poiché la minore efficienza manageriale in Italia ha comportato minori rendimenti dalle tecnologie informatiche e una minore adozione delle stesse (Schivardi and Schmitz, 2019[24]). Secondo altri studi, la scarsa propensione dell'Italia ad assumere, promuovere e premiare i manager in base al merito potrebbe spiegare fino al 73 % del suo divario di crescita in termini di TFP tra il 1996 e il 2006 (Pellegrino and Zingales, 2017[50]).
Circa il 90 % delle imprese segnala la difficoltà di reclutare manager in possesso di competenze adeguate, in particolare competenze trasversali e di leadership (OECD, 2021[25]). Sebbene un aumento del tasso di partecipazione all'istruzione superiore possa essere di aiuto, la composizione per età della forza lavoro e delle figure manageriali richiede una formazione mirata per far fronte alla carenza di competenze manageriali e di leadership. In Italia i manager tendono ad avere una formazione formale specifica e un grado di competenze inferiori rispetto a quanto rilevato in Francia, Germania e Regno Unito, soprattutto nelle PMI. Ad esempio, solo il 39,6 % dei manager italiani ha dichiarato di aver ricevuto formazione, secondo l'indagine OCSE-PIAAC 2023, rispetto al 70,5 % della zona OCSE e al 44 % tra gli Stati Membri dell'UE, secondo un'indagine condotta da Eurostat (Grafico 4.25). Ciò potrebbe essere legato all'elevata percentuale di piccole imprese, dove l'accesso alla formazione è generalmente più limitato, a causa di una minore efficienza in termini di costi, di vincoli di tempo o di liquidità più rigidi e di un know-how o di capacità manageriali inferiori. Al di là della formazione generica, l'esperienza maturata nei Paesi dell'OCSE suggerisce che le competenze manageriali possano essere migliorate attraverso programmi di formazione manageriale certificabili e sovvenzionati rivolti ai dirigenti delle PMI, anche tramite piattaforme pubbliche di e-learning (quali Akademia PARP in Polonia) e programmi di mentoring individuale (come il programma britannico Help to Grow: Management), dove questi ultimi aiutano i dirigenti a identificare e colmare le proprie lacune in termini di competenze. La formazione manageriale e i programmi di affiancamento possono agevolare l'adozione della tecnologia e produrre effetti duraturi sulla produttività. Ad esempio, le imprese italiane che hanno partecipato al programma di produttività (US Productivity Program) degli Stati Uniti (1952-1958), nell'ambito del quale ai manager delle imprese italiane venivano offerti macchinari e viaggi di formazione manageriale negli Stati Uniti, hanno dato prova di ottenere risultati significativamente migliori rispetto ai loro omologhi in termini di produttività, occupazione e vendite (Giorcelli, 2019[41]).
Una scarsa alfabetizzazione finanziaria e competenze limitate possono ostacolare l'espansione delle imprese. Da recenti indagini emerge che i microimprenditori dimostrano di possedere competenze finanziarie e capacità di selezionare e utilizzare prodotti e servizi finanziari leggermente superiori rispetto alla popolazione generale, tuttavia inferiori rispetto ai loro omologhi in altre economie dell'OCSE (Banca d'Italia, 2022[82]). Al contempo, la commistione tra conti personali e conti aziendali dei titolari può complicare l'adempimento degli obblighi fiscali e la pianificazione finanziaria. In tale contesto, gli incentivi all'espansione della propria attività potrebbero essere ostacolati dal fatto che ciò comporterebbe un maggiore livello di controllo fiscale e una maggiore complessità contabile. La formazione in materia di educazione finanziaria e l'assistenza tecnica potrebbero sostenere l'espansione delle imprese, aiutando al contempo la transizione verso modelli di business più digitalizzati, migliorando la pianificazione finanziaria e rafforzando la resilienza agli shock esterni. Nel contesto dello shock legato al COVID-19, ad esempio, le microimprese guidate da imprenditori dotati di una migliore educazione finanziaria disponevano di riserve di liquidità più consistenti prima della crisi e sono state in grado di accedere più facilmente agli aiuti governativi durante la crisi (Banca d'Italia, 2022[78]).
L'assenza di pressioni esterne derivanti dal ricorso ai mercati dei capitali per il finanziamento delle imprese, o da sistemi giudiziari solidi e reattivi, contribuisce ad indebolire le pratiche gestionali. In contesti istituzionali deboli, il successo delle imprese può dipendere dalle relazioni e dalla lealtà più che dal talento manageriale. I manager assunti e promossi sulla base della loro lealtà e delle loro relazioni piuttosto che sulla base del merito sono in grado di destreggiarsi meglio tra i vincoli finanziari e burocratici di contesti caratterizzati da livelli relativamente elevati di informalità e clientelismo (Pellegrino and Zingales, 2017[50]). Di conseguenza, i manager ben "introdotti" possono agevolare la sopravvivenza delle imprese o persino la loro espansione in termini di occupazione e ricavi, pur non riuscendo a sostenere la crescita della produttività (Akcigit, Baslandze and Lotti, 2023[40]). L'espansione dei mercati dei capitali e il rafforzamento del contesto istituzionale incentiverebbero ulteriormente l'assunzione di manager in base al loro talento. Al contempo, le PMI tendono a prediligere il finanziamento bancario e a mostrare una certa riluttanza (soprattutto tra le imprese a conduzione familiare) a condividere la proprietà e il controllo con investitori esterni, contribuendo a un ciclo di scarsa domanda di VC, scarsa offerta di VC e gestione basata sulla fidelizzazione.
Grafico 4.25. Il livello di partecipazione alle attività di formazione manageriale è relativamente modesto
Copy link to Grafico 4.25. Il livello di partecipazione alle attività di formazione manageriale è relativamente modestoTasso di partecipazione dei manager a istruzione e formazione (ultimi 12 mesi), età 25-54 anni, 2024
Solo il 40 % dei giovani in Italia afferma che la propria istruzione scolastica li ha aiutati a sviluppare un atteggiamento imprenditoriale, rispetto a una media UE-27 del 53 %. Tra gli imprenditori, l'alfabetizzazione finanziaria e le competenze digitali sono scarse, specialmente nelle microimprese (indagine OCSE-INFE). Migliorare le attitudini, le abilità e le competenze manageriali e imprenditoriali della popolazione potrebbe facilitare la transizione da una gestione basata sulla fedeltà a una basata sul merito e migliorare l'apertura delle imprese all'innovazione. Ad esempio, l'educazione finanziaria di base e le competenze digitali più avanzate potrebbero essere rafforzate nei programmi scolastici.
4.6.3. Professionalizzare la gestione delle imprese a conduzione familiare
L'adozione di pratiche di gestione professionale è particolarmente limitata nelle imprese a conduzione familiare, che rappresentano l'83 % di tutte le aziende con meno di 10 dipendenti e una percentuale non trascurabile delle medie e grandi imprese (Censimento delle Imprese ISTAT, 2023). Le imprese a conduzione familiare spesso assumono manager all'interno della famiglia o della rete di conoscenti (gestione basata sulla fidelizzazione o di matrice dinastica) anziché reclutare professionisti esterni altamente qualificati in base al loro merito o alle loro qualifiche, il che incide negativamente sull'innovazione e sulla produttività (Bandiera et al., 2017[26]). Studi empirici collegano la prevalenza della gestione basata sulla fedeltà al malfunzionamento dei mercati del credito italiani e alla scarsa applicazione della legge (Pellegrino and Zingales, 2017[50]).
La generosità del regime fiscale applicabile alle imprese ereditate incentiva la continuità generazionale in termini di proprietà e gestione. L'Italia è uno dei cinque Paesi dell'OCSE in cui l'eredità delle imprese da parte dei discendenti diretti è completamente esente da imposte (Decreto Legislativo 346/1990), a condizione che gli eredi mantengano il controllo e continuino l'attività per almeno cinque anni. Sebbene molti Paesi dell'OCSE abbiano introdotto un trattamento fiscale preferenziale in materia di imposta di successione per le imprese ereditate, ciò si limita solitamente a sgravi fiscali e non prevede esenzioni totale (OECD, 2021[62]). L'esenzione fiscale genera forti incentivi a mantenere il controllo delle imprese familiari e ostacola il consolidamento delle imprese. Ridurre le soglie o l'esenzione o eliminare l'obbligo di mantenere il controllo per cinque anni potrebbe ridurre tali effetti distorsivi e favorire le fusioni di micro e piccole imprese nonché l'adozione di pratiche manageriali professionali.
La proprietà e il controllo di alcune delle aziende italiane più grandi e di maggior successo (ad esempio nei settori automobilistico e alimentare) sono concentrati nelle mani del medesimo individuo o della medesima famiglia, sia tra le società quotate che tra quelle non quotate. Le imprese giuridicamente indipendenti sono spesso controllate dal medesimo imprenditore attraverso una catena di rapporti di proprietà, nota come "gruppo piramidale". I gruppi piramidali possono allentare i vincoli finanziari condividendo le risorse finanziarie tra le varie società della piramide. Sono associati a una minore qualità della gestione, in particolare se la contendibilità del controllo è bassa, come nelle società a conduzione familiare (Bianco and Casavola, 1999[27]). Mercati dei capitali più sviluppati, sostenuti da una protezione normativa più rigorosa degli interessi degli azionisti di minoranza (come nei regimi di common law del Regno Unito e degli Stati Uniti) possono mitigare i problemi di rappresentanza (agency), incoraggiando forme di proprietà cosiddetta "dispersa". Imposte di successione più elevate sulle società e una più robusta applicazione delle norme antitrust possono fornire ulteriori incentivi per smantellare i grandi gruppi industriali piramidali.
Tabella 4.2. Raccomandazioni programmatiche
Copy link to Tabella 4.2. Raccomandazioni programmatiche|
PRINCIPALI CONCLUSIONI |
RACCOMANDAZIONI (Le raccomandazioni chiave sono evidenziate in grassetto) |
|---|---|
|
Affrontare gli ostacoli normativi e di conformità alla creazione e crescita delle imprese |
|
|
Le barriere normative rimangono elevate nei settori dei servizi, incluse alcune professioni, e incidono negativamente sulla concorrenza. |
Ridurre gli ostacoli normativi all'ingresso e al rafforzamento delle imprese nel settore del commercio al dettaglio e in quei servizi professionali in cui tali ostacoli sono significativi. |
|
La concorrenza limitata, in particolare nei settori dei servizi, frena le pressioni del mercato volte a incrementare la produttività e promuovere l'innovazione. |
Accelerare il processo di piena attuazione delle leggi annuali sulla concorrenza, velocizzando l'emanazione e l'entrata in vigore dei decreti attuativi. |
|
La risoluzione delle controversie commerciali è spesso costosa e lenta e può comportare molteplici ricorsi giudiziari. La recente diffusione dei metodi alternativi di risoluzione delle controversie, insieme ai continui miglioramenti nell'assegnazione delle risorse e alle riforme dei procedimenti giudiziari, sta riducendo i tempi medi di risoluzione delle cause. |
Convertire in assunzioni a tempo indeterminato alcune delle assunzioni a tempo determinato di personale tecnico presso gli uffici giudiziari. Estendere ulteriormente la risoluzione delle controversie online e il ricorso a esperti tecnici ausiliari a sostegno del lavoro dei giudici nei procedimenti di primo grado. |
|
In Italia, la creazione e la crescita di imprese nuove e innovative sono in ritardo rispetto ad altri Paesi. Le misure di sostegno alle imprese sono spesso di natura temporanea e si sovrappongono tra i diversi programmi e livelli di governo. La recente legislazione mira a razionalizzare gli incentivi. |
Semplificare ulteriormente e garantire la stabilità degli incentivi alle imprese, per migliorarne l'efficacia e ridurne gli effetti distorsivi. Ridurre il ricorso alle sovvenzioni a favore delle imprese già affermate. Rafforzare il quadro di sostegno alle imprese e agli investimenti, e potenziare gli organismi di coordinamento per migliorare la condivisione delle informazioni e la cooperazione tra ministeri e autorità. |
|
La complessità e gli elevati oneri di conformità fiscale e normativa generano costi fissi, compromettendo la competitività delle piccole imprese e i loro incentivi alla crescita. |
Continuare a individuare e riformare gli adempimenti fiscali e gli altri oneri di conformità normativa. Garantire che gli sportelli unici aiutino le nuove imprese a superare le sfide legali, finanziarie e normative e ad accedere al sostegno e alla consulenza pubblici. |
|
Leggi lunghe e poco chiare contribuiscono all'incertezza imprenditoriale e agli oneri di conformità, nonostante la semplificazione in corso in diversi ambiti. |
Migliorare la qualità e la chiarezza della legislazione nuova ed esistente, con particolare attenzione alla legislazione secondaria. Adottare rapidamente i decreti attuativi. |
|
Finanziare l'innovazione e la crescita delle imprese |
|
|
Le imprese fanno affidamento principalmente sui finanziamenti bancari. Nonostante i recenti progressi, i mercati dei capitali in Italia sono meno sviluppati rispetto a quelli dei Paesi comparabili. |
Continuare a semplificare i requisiti normativi che consentono alle imprese di passare dal mercato azionario delle small cap al mercato principale man mano che le loro attività si espandono, e dal mercato principale a quello delle small cap quando necessario. |
|
Il venture capital (capitale di rischio) è in fase di sviluppo, ma parte da livelli bassi. |
Concentrare maggiormente i finanziamenti pubblici di venture capital (capitale di rischio) sulle start-up che hanno generato ricavi e dimostrato la propria capacità di crescita. |
|
Gli investimenti delle imprese in R&S sono modesti e concentrati in settori e tecnologie in cui il potenziale di innovazione è relativamente limitato. Il sostegno pubblico alla R&S viene erogato principalmente attraverso crediti di imposta. |
Ampliare il sostegno pubblico alla R&S oltre i crediti di imposta e introdurre leve efficaci, quali prestiti e sovvenzioni, per attrarre investimenti privati. |
|
La collaborazione tra le imprese e le università locali è migliorata, anche grazie alla creazione di cluster che riuniscono il mondo accademico e quello imprenditoriale. |
Migliorare il targeting dei fondi per la R&S verso le PMI e i cluster innovativi tra mondo accademico e imprese. Rafforzare il legame tra il finanziamento delle università e i risultati dei partenariati con le imprese. Utilizzare i quadri giuridici e le procedure semplificate istituiti per il PNRR come modello per le collaborazioni tra università e amministrazioni pubbliche locali. |
|
Migliorare le competenze della forza lavoro e la qualità della dirigenza |
|
|
Le competenze e le pratiche manageriali risultano inferiori rispetto ad altri Paesi, con ripercussioni negative sulla produttività. |
Sostenere la formazione manageriale e i programmi di tutoraggio individuale. Rafforzare l'insegnamento delle competenze fondamentali in materia di gestione e imprenditorialità in tutte le scuole secondarie. |
|
Le pratiche manageriali risultano particolarmente carenti nelle imprese a conduzione familiare, che tendono a selezionare i dirigenti all'interno della famiglia o della propria rete. Il regime fiscale in materia di successione di impresa incentiva gli eredi a mantenere il controllo delle attività ereditate, scoraggiando il consolidamento, la collaborazione con investitori esterni e l'assunzione di manager professionisti. |
Ridurre le soglie di esenzione dall'imposta di successione ed eliminare l'obbligo di mantenere il controllo per cinque anni per le piccole imprese, oppure ricorrere ad altri incentivi fiscali per favorire la riorganizzazione aziendale. |
|
La forza lavoro italiana ottiene punteggi sorprendentemente bassi nei test internazionali di alfabetizzazione, calcolo e risoluzione adattiva dei problemi, e il divario tra domanda e offerta di competenze è elevato. I lavoratori immigrati sono spesso sovraqualificati rispetto al lavoro che svolgono. |
Indirizzare maggiormente il sostegno alla formazione degli adulti verso i lavoratori con un basso livello di istruzione e quelli impiegati nelle PMI. Agevolare il riconoscimento dei titoli di studio e qualifica stranieri. |
Riferimenti bibliografici
[36] Accetturo, A. et al. (2025), Le recenti dinamiche della produttività e le trasformazioni del sistema produttivo.
[15] Acemoglu, D. et al. (2018), "Innovation, Reallocation, and Growth", American Economic Review, Vol. 108/11, pagg. 3450-3491, https://doi.org/10.1257/aer.20130470.
[55] Adalet McGowan, M. and D. Andrews (2015), "Skill Mismatch and Public Policy in OECD Countries", OECD Economics Department Working Papers, https://doi.org/10.1787/5js1pzw9lnwk-en.
[20] AIFI (2024), Pan European Funds: Global private equity instruments for the Italian economic system.
[40] Akcigit, U., S. Baslandze and F. Lotti (2023), "Connecting to Power: Political Connections, Innovation, and Firm Dynamics", Econometrica, Vol. 91/2, pagg. 529-564, https://doi.org/10.3982/ecta18338.
[29] Andrews, D. and B. Égert (forthcoming), Regulation and growth reloaded: Lessons from 25 years of retail.
[44] ANPAL (2023), Piano delle valutazioni del programma nazionale giovani donne e lavoro FSE+ 2021-2027.
[56] Appelt, S. et al. (2016), R&D Tax Incentives: Evidence on design, incidence and impacts, OECD Publishing, Paris.
[75] Asdrubali, P. and S. Signore (2015), The Economic Impact of EU Guarantees on Credit to SMEs, European Investment Fund (EIF), https://ideas.repec.org/p/zbw/eifwps/201529.html.
[72] Balp, G. (2024), Downlisting and the Attractiveness of EU Public Equity Markets, Elsevier BV.
[78] Banca d'Italia (2022), Micro-entrepreneurs' financial and digital competences during the pandemic in Italy.
[82] Banca d'Italia (2022), La cultura finanziaria dei microimprenditori in Italia.
[26] Bandiera, O. et al. (2017), "Managing the Family Firm: Evidence from CEOs at Work", The Review of Financial Studies, Vol. 31/5, pagg. 1605-1653, https://doi.org/10.1093/rfs/hhx138.
[45] Barone, G., G. de Blasio and S. Mocetti (2018), "The real effects of credit crunch in the great recession: Evidence from Italian provinces", Regional Science and Urban Economics, Vol. 70, pagg. 352-359.
[58] Berger, M., A. Dechezleprêtre and M. Fadic (2024), What is the role of Government Venture Capital for innovation-driven entrepreneurship?.
[27] Bianco, M. and P. Casavola (1999), "Italian corporate governance:", European Economic Review, Vol. 43/4-6, pagg. 1057-1069, https://doi.org/10.1016/s0014-2921(98)00114-7.
[23] Bloom, N., R. Sadun and J. Van Reenen (2016), Management as a Technology?, National Bureau of Economic Research, Cambridge, MA, https://doi.org/10.3386/w22327.
[57] Borowiecki, M. and F. Giovannelli (2025), Boosting EU productivity through a stronger Single Market, https://oecdecoscope.blog/2025/07/03/boosting-eu-productivity-through-a-stronger-single-market/.
[73] Calvino, F., C. Criscuolo and C. Menon (2016), "No Country for Young Firms?: Start-up Dynamics and National Policies", OECD Science, Technology and Industry Policy Papers, No. 29, OECD Publishing, Paris.
[32] Calvino, F. et al. (2022), "Closing the Italian digital gap: The role of skills, intangibles and policies", OECD Science, Technology and Industry Policy Papers, No. 126, OECD Publishing, Paris.
[38] Cannella, M. et al. (2024), Gli effetti dell'ufficio per il processo sul funzionamento della giustizia civile.
[6] Caselli, F. and N. Gennaioli (2012), "Dynastic management", Economic Inquiry, Vol. 51/1, pagg. 971-996, https://doi.org/10.1111/j.1465-7295.2012.00467.x.
[39] Centro Studi Confindustria (2025), Manifattura in trasformazione: rimarrà ancora competitiva?.
[9] Ciminelli, G. and G. Franco (2025), Deregulating Job Protection: Evidence on Productivity and Income Distribution from Italy, Elsevier BV, https://doi.org/10.2139/ssrn.5596591.
[59] CNR (2025), Relazione sulla ricerca e l'innovazione in Italia.
[1] Colonna et al. (2025), The slowdown of productivity in the euro area and the role of input prices.
[13] CONSOB (2025), Relazione per l'anno 2024, https://www.consob.it/documents/d/area-pubblica/ra2024.
[10] Decker, R. et al. (2020), "Changing Business Dynamism and Productivity: Shocks versus Responsiveness", American Economic Review, Vol. 110/12, pagg. 3952-3990, https://doi.org/10.1257/aer.20190680.
[37] Di Marzio, I., S. Mocetti and G. Roma (2024), Gli effetti delle riforme nel mercato dei servizi professionali, https://doi.org/10.32057/0.QEF.2024.900.
[76] Dlugosch, D. et al. (2025), "Understanding the weakness in business investment: A cross-country analysis", OECD Economics Department Working Papers, No. 1836, OECD Publishing, Paris.
[31] Duval; Hong; Timmer (2017), Financial Frictions and the Great Productivity Slowdown, International Monetary Fund (IMF), https://doi.org/10.5089/9781484300701.001.
[21] EPO (2024), The role of European universities in patenting and innovation.
[66] European Commission (2024), Science, Research and Innovation performance of the EU - 2024 report.
[42] Filippucci, F. et al. (2025), The firm side of labour shortages: 5 new facts from the GFP Employer.
[11] Galardo, M. and V. Vacca (2022), "Higher Capital Requirements and Credit Supply: Evidence from Italy", SSRN Electronic Journal, https://doi.org/10.2139/ssrn.4154461.
[54] Gallo, R. et al. (2025), The Italian venture capital market, QEF 919 2025.
[5] Giacomelli, S. and C. Menon (2016), "Does weak contract enforcement affect firm size? Evidence from the neighbour's court", Journal of Economic Geography, p. lbw030, https://doi.org/10.1093/jeg/lbw030.
[7] Giommoni, T. et al. (2025), "The Economic Costs of Ambiguous Laws", CES ifo Working paper.
[41] Giorcelli, M. (2019), "The Long-Term Effects of Management and Technology Transfers", American Economic Review, Vol. 109/1, pagg. 121-152, https://doi.org/10.1257/aer.20170619.
[8] Guo, A. and M. Wallskog (2025), "New employer payroll taxes and entrepreneurship", Journal of Public Economics, Vol. 250, n. 105469, https://doi.org/10.1016/j.jpubeco.2025.105469.
[67] IMF (2017), The Right Kind of Help? Tax Incentives for Staying Small.
[22] ISCE (2025), Italian Survey on Consumer Expectations.
[70] ISTAT (2023), Censimento permanente delle imprese 2023: primi risultati.
[53] Johannessen, M., L. Berntzen and A. Ødegård (2017), A Review of the Norwegian Plain Language Policy, Springer International Publishing, Cham, https://doi.org/10.1007/978-3-319-64677-0_16.
[4] Lanau, S. and P. Topalova (2016), "The Impact of Product Market Reforms on Firm Productivity in Italy", IMF Working Papers, Vol. 16/119, pag. 1, https://doi.org/10.5089/9781475524925.001.
[80] McKinsey Global Institute (2024), A microscope on small businesses.
[43] MEF (2025), Documento di finanza pubblica, sezione 1.
[71] Menon, C. and W. Vermeulen (2025), What drives regional productivity differentials?.
[19] Meucci, G. and F. Parlapiano (2021), Corporate bond financing of italian non-financial firms.
[14] Michelacci, C. and J. Suarez (2004), "Business Creation and the Stock Market", The Review of Economic Studies, Vol. 71/2, pagg. 459-481, https://doi.org/10.1111/0034-6527.00292.
[81] MIMIT (2026), Made in Italy 2030 - per una nuova strategia industriale.
[12] OECD (2025), "Benchmarking government support for venture capital: A comparative analysis", OECD SME and Entrepreneurship Papers, No. 71, OECD Publishing, Paris, https://doi.org/10.1787/81e53985-en.
[65] OECD (2025), OECD Compendium of Productivity Indicators 2025, OECD Publishing, Paris.
[64] OECD (2025), OECD Corporate Governance Factbook 2025, https://doi.org/10.1787/f4f43735-en.
[2] OECD (2025), OECD Economic Outlook, Volume 2025 Issue 1: Tackling Uncertainty, Reviving Growth, OECD Publishing, Paris, https://doi.org/10.1787/83363382-en.
[28] OECD (2025), OECD Economic Outlook, Volume 2025 Issue 2: Resilient Growth but with Increasing Fragilities, OECD Publishing, Paris, https://doi.org/10.1787/9f653ca1-en.
[49] OECD (2025), OECD Insights on Productivity and Business Dynamics: Italy.
[48] OECD (2025), OECD Regulatory Policy Outlook 2025, https://doi.org/10.1787/56b60e39-en.
[16] OECD (2025), "Regulatory frameworks and trends in the corporate bond market", OECD Business and Finance Policy Papers, No. 76, OECD Publishing, Paris, https://doi.org/10.1787/842872d5-en.
[68] OECD (2025), Supporting businesses through better justice systems: A focus on SMEs and entrepreneurship, https://doi.org/10.1787/1791ca66-en.
[52] OECD (2024), Financing SMEs and Entrepreneurs 2024: An OECD Scoreboard.
[34] OECD (2024), How do governments direct support for innovation?: Lessons from recent OECD measurement and impact analysis (MABIS) work, OECD Publishing, Paris, https://doi.org/10.1787/c1d93d1c-en.
[47] OECD (2024), Knowledge exchange and collaboration between universities and society in Italy: The ITA.CON Project, OECD Publishing, Paris.
[35] OECD (2023), "OECD/INFE 2023 International Survey of Adult Financial Literacy", OECD Business and Finance Policy Papers, No. 39, OECD Publishing, Paris, https://doi.org/10.1787/56003a32-en.
[62] OECD (2021), Inheritance Taxation in OECD Countries, OECD Tax Policy Studies, No. 28, OECD Publishing.
[25] OECD (2021), Raising Skills in SMEs in the Digital Transformation: A Review of Policy Instruments in Italy, OECD Publishing, Paris, https://doi.org/10.1787/bdedf705-en.
[60] OECD (2020), OECD Capital Market Review of Italy 2020: Creating Growth Opportunities for Italian Companies and Savers, https://doi.org/10.1787/8443f95a-en.
[77] OECD (2019), Adult Learning in Italy: What Role for Training Funds?, OECD Publishing, Paris,
[63] OECD (2019), Individual Learning Accounts : Panacea or Pandora's Box?, OECD Publishing, Paris.
[61] p101 (n.d.), State of Italian VC: Tracing Evolution And Market Opportunities, https://p101.it/p101-presents-state-of-italian-vca-report-on-the-evolution-of-italian-venture-capital/.
[50] Pellegrino, B. and L. Zingales (2017), "Diagnosing the Italian Disease", https://doi.org/10.2139/ssrn.3057451.
[17] Poelhekke, S. and B. Wache (2023), The Impact of Venture Capital on Economic Growth, https://research.vu.nl/en/publications/the-impact-of-venture-capital-on-economic-growth/.
[69] Reuters (2025), Explainer: What is changing in Italy's financial markets law?.
[24] Schivardi, F. and T. Schmitz (2019), "The IT Revolution and Southern Europe's Two Lost Decades", Journal of the European Economic Association, Vol. 18/5, pagg. 2441-2486, https://doi.org/10.1093/jeea/jvz048.
[51] Schwienbacher, A. (2008), "Innovation and Venture Capital Exits*", The Economic Journal, Vol. 118/533.
[46] Unimpresa (2025), Le garanzie pubbliche sui prestiti alle imprese valgono 270 miliardi (14% PIL).
[30] World Bank (2020), Doing Business in the European Union 2020 : Italy.