L'evoluzione del conflitto in Medio Oriente comporta costi umani ed economici per i Paesi direttamente coinvolti e metterà alla prova la resilienza dell'economia mondiale. L'interruzione dei traffici commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz e la chiusura o il danneggiamento delle infrastrutture energetiche hanno generato un'impennata dei prezzi dell'energia e compromesso l'offerta mondiale di energia e di altri importanti beni di base, come i fertilizzanti.
Si registra un aumento della volatilità nei mercati finanziari, in particolare in alcune economie asiatiche, e un irrigidimento delle condizioni finanziarie, sebbene queste ultime rimangano moderatamente accomodanti nelle economie sia avanzate che emergenti.
L'estensione e la durata del conflitto sono molto incerte, ma un prolungato aumento dei prezzi dell'energia inciderà significativamente sui costi per le imprese e farà aumentare l'inflazione dei prezzi al consumo, con conseguenze negative per la crescita.
Prima dell'inasprimento del conflitto, la crescita ha continuato a mostrarsi resiliente a livello mondiale, grazie a una forte produzione e a investimenti consistenti nel settore dell'IA, nonché a condizioni finanziarie e fiscali favorevoli, che hanno sostenuto l'attività.
Le aliquote dei dazi bilaterali statunitensi sono diminuite a seguito della sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti contro i dazi imposti attraverso l'International Emergency Economic Powers Act (la legge che autorizza il Presidente degli Stati Uniti a regolamentare il commercio in caso di emergenza internazionale). Le riduzioni dei dazi sono particolarmente notevoli per diverse economie emergenti, tra cui il Brasile, la Cina e l'India. Ciononostante, l'aliquota effettiva complessiva dei dazi statunitensi rimane decisamente superiore a quella applicata prima del 2025.
L'aumento dei prezzi dell'energia e le interruzioni della catena di approvvigionamento si verificano in un momento in cui l'inflazione rimane superiore all'obiettivo in alcune delle principali economie, tra cui Brasile, Messico, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti. Le aspettative di inflazione a medio termine sono state riviste al rialzo anche a seguito dell'impennata dei prezzi dell'energia.
La crescita del PIL mondiale dovrebbe rallentare e scendere al 2,9 % nel 2026, per poi risalire leggermente al 3,0 % nel 2027. L'impennata dei prezzi dell'energia e l'imprevedibilità del conflitto in evoluzione in Medio Oriente comporteranno un aumento dei costi e una diminuzione della domanda, compensando gli effetti favorevoli della forte produzione e dei consistenti investimenti legati alle tecnologie, della riduzione dei dazi effettivi e del prolungamento del dinamismo del 2025.
Tali proiezioni sono subordinate all'ipotesi tecnica che l'attuale intensità delle turbative dei mercati energetici si attenui nel tempo, e che i prezzi del petrolio, del gas e dei fertilizzanti inizino a diminuire a partire dalla metà del 2026.
Si stima che la crescita annua del PIL negli Stati Uniti si ridimensionerà, passando dal 2,0 % registrato nel 2026 all'1,7 % nel 2027, in quanto la forte crescita degli investimenti nel settore dell'IA sarà gradualmente controbilanciata dal rallentamento della crescita del reddito reale e dei consumi privati. Secondo le proiezioni, la crescita del PIL della zona euro dovrebbe scendere allo 0,8 % nel 2026, per effetto della trasmissione dei rincari energetici sull'attività economica, per poi risalire all'1,2 % nel 2027, grazie a un incremento della spesa per la difesa. In Cina si prevede una contrazione della crescita al 4,4 % nel 2026 e al 4,3 % nel 2027.
L'inflazione nei Paesi del G20 dovrebbe essere superiore di 1,2 punti percentuali rispetto a quanto stimato per il 2026 e attestarsi al 4,0 %, per poi scendere al 2,7 % nel 2027, ipotizzando un graduale allentamento delle pressioni sui prezzi dell'energia. Per le economie avanzate del G20 si prevede un livello di inflazione di fondo in discesa, dal 2,6 % nel 2026 al 2,3 % nel 2027.
Un significativo rischio al ribasso per le prospettive è rappresentato dalle persistenti interruzioni nelle esportazioni dal Medio Oriente, che causano un aumento dei prezzi dell'energia persino superiore alle stime e aggravano le carenze di beni di base essenziali, incrementano l'inflazione e riducono la crescita. Uno scenario di questo tipo, o un rendimento degli investimenti nel settore dell'IA inferiore alle attese, potrebbe inoltre comportare correzioni di prezzo più significative sui mercati finanziari, il che indebolirebbe la domanda e aggraverebbe i rischi per la stabilità finanziaria.
Sul versante positivo, un settore imprenditoriale sorprendentemente resiliente, una risoluzione del conflitto in Medio Oriente anticipata rispetto alle ipotesi, con conseguente abbassamento dei prezzi dell'energia, o un'espansione degli investimenti in tecnologie di intelligenza artificiale, in grado di generare maggiori guadagni di produttività, potrebbero spingere la crescita verso l'alto.
Di fronte allo shock dei prezzi dell'energia, le banche centrali devono mantenere alta la vigilanza e assicurare che le aspettative di inflazione rimangano saldamente ancorate. Se le pressioni sui prezzi dovessero intensificarsi o se le prospettive di crescita dovessero indebolirsi in modo significativo, potrebbero rendersi necessari aggiustamenti della politica monetaria.
Le misure governative volte ad attenuare l'impatto dell'aumento dei prezzi dell'energia dovrebbero essere tempestive, adeguatamente mirate alle famiglie più bisognose e alle imprese vitali, non compromettere gli incentivi alla riduzione dei consumi energetici e prevedere meccanismi di scadenza chiari.
Il margine di bilancio è limitato e occorrono interventi per salvaguardare la sostenibilità del debito e liberare risorse per affrontare le sfide di spesa a lungo termine. Sono necessari maggiori sforzi per contenere e ridistribuire la spesa, migliorare l'efficienza del settore pubblico e incrementare le entrate, da definire all'interno di percorsi di aggiustamento credibili, di medio periodo e specifici per ciascun Paese.
Al fine di affrontare i rischi per la stabilità finanziaria, sono necessari un monitoraggio e una vigilanza efficaci, nonché politiche normative solide, viste le valutazioni eccessive sui mercati finanziari e le crescenti interconnessioni tra banche e istituzioni finanziarie non bancarie.
La conclusione di accordi volti a ridurre le tensioni commerciali e ad approfondire le relazioni commerciali migliorerebbe la certezza relativa alle politiche e rafforzerebbe le prospettive di crescita sostenibile. Sarebbe opportuno evitare di introdurre nuove restrizioni alle esportazioni in risposta alle interruzioni dell'offerta, in quanto ciò potrebbe aggravare le carenze di approvvigionamento e spingere al rialzo i prezzi.
Le politiche volte a migliorare l'efficienza energetica a livello nazionale e a ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili nel medio termine costituiscono una priorità. Tali misure possono contribuire a ridurre l'esposizione alle future tensioni geopolitiche, nonché a mitigare i costi per le famiglie e le imprese.