Questo capitolo analizza l'integrazione sociosanitaria a livello regionale e locale in Italia. Esamina le modalità di governance dei servizi per le persone non autosufficienti e analizza l'integrazione a livello professionale. Il capitolo esamina inoltre l'interoperabilità dei sistemi informativi e l'utilizzo di strumenti per l'erogazione integrata dei servizi. Dati provenienti da indagini e focus group forniscono spunti su come i professionisti in Italia percepiscono l'integrazione sul campo, evidenziando sia i progressi compiuti che le sfide persistenti.
Verso un’integrazione strutturata e sistemica delle cure domiciliari per non autosufficienti in Italia
4. L’integrazione sociosanitaria nell’ambito regionale e locale in Italia
Copy link to 4. L’integrazione sociosanitaria nell’ambito regionale e locale in ItaliaSommario
Questo capitolo attinge in misura significativa da un'indagine condotta dall'OCSE all’inizio del 2024 come parte integrante del progetto “Verso un'assistenza sociosanitaria integrata incentrata sulla persona in Italia”. L'indagine si è rivolta a tutte le regioni e le province autonome italiane per valutare l'attuale livello di integrazione dei servizi sanitari e sociali domiciliari per le persone non autosufficienti.
Il capitolo presenta inoltre degli approfondimenti basati su informazioni raccolte tramite un questionario sommnistrato a professionisti dell’ambito locale.
4.1. La governance dei servizi di assistenza sociale e sanitaria a domicilio per persone non autosufficienti
Copy link to 4.1. La governance dei servizi di assistenza sociale e sanitaria a domicilio per persone non autosufficientiIn Italia la governance dei servizi di assistenza sociale e sanitaria a domicilio per persone non autosufficienti è altamente decentralizzata, sviluppandosi trasversalmente su diversi livelli di governo: nazionale, regionale o di provincia autonoma e locale (governance multilivello). Come nella maggior parte dei Paesi OCSE, anche in Italia le regioni e le autonomie locali hanno assunto un ruolo crescente nella governance dei servizi dagli anni Settanta ad oggi. Inoltre, per la sua capacità di lettura e di risposta ai bisogni complessi della popolazione non autosufficiente, negli ultimi anni la partecipazione della società civile in generale, e del terzo settore in particolare, nella governance dei servizi ha assunto un ruolo cruciale (governance partecipata).
Diverse iniziative sono state attivate in Italia per favorire un impianto integrato multilivello di governance a programmazione integrata dei servizi di assistenza domiciliare A livello nazionale con l’emanazione del D.lgs. 29/2024 è stato recentemente istituito il Comitato interministeriale per le politiche in favore della popolazione anziana (CIPA) (articolo 3 D.lgs. 29/2024) con il compito di garantire il coordinamento e la programmazione integrata delle politiche nazionali in favore delle persone anziane, con particolare riguardo ai soggetti fragili e non autosufficienti. Inoltre, a livello locale, è stato rafforzato il ruolo degli ATS e dei distretti sanitari, che in un’ottica di integrazione sociosanitaria, provvedono all’erogazione “integrata” dei servizi a favore dei destinatari. Ulteriori spinte all’integrazione sociosanitaria sul piano della governance sono visibili anche nell’ambito del Piano nazionale per la non autosufficienza 2022‑2024. Allo stesso tempo, è sempre più diffuso l’utilizzo di strumenti per l’organizzazione e il coordinamento delle attività sanitarie e sociali a livello territoriale, tra cui i Programmi delle Attività Territoriali su base regionale, i Piani di Zona su base di Ambito Territoriale Sociale e gli Accordi di Programma per un raccordo tra i diversi livelli governo. A seguito della riforma del Codice del Terzo Settore avvenuta nel 2017, questo è sempre più spesso al centro di iniziative di amministrazione condivisa con il settore pubblico in forma di co-programmazione e co-progettazione.
La quasi totalità delle regioni e delle province autonome rispondenti al questionario OCSE (17 su 18) riportano l’esistenza di propri strumenti di governance per migliorare l’integrazione dei servizi di assistenza. In particolare, 12 regioni hanno promosso l’integrazione sociosanitaria mediante investimenti e progetti specifici e 7 hanno attivato esperienze di co-programmazione con il Terzo Settore.
Nonostante queste sperimentazioni, più della metà del campione (11 su 18) riferisce che, anche sul piano della governance, il livello di integrazione esistente tra le due tipologie di assistenza domiciliare attualmente esistenti in Italia – ADI e SAD – è ampiamente migliorabile. A sostegno di questa valutazione sono addotte, in particolare, le difficoltà ad integrare i modelli di intervento previsti, a coordinare l’erogazione delle prestazioni di natura prevalentemente infermieristica e di sostegno all’inclusione sociale ascrivibili rispettivamente a ADI e SAD, e a incentivare la collaborazione interprofessionale.
4.2. Integrazione sociosanitaria a livello professionale
Copy link to 4.2. Integrazione sociosanitaria a livello professionaleUna piena integrazione sociosanitaria non può prescindere da un maggiore coordinamento delle figure direttamente coinvolte nelle attività di assistenza. Da un lato, richiede una maggiore compenetrazione tra funzioni e competenze dei professionisti sanitari, sociosanitari e sociali appartenenti al settore formale. Dall’altro, si rende sempre più pressante la necessità di un pieno riconoscimento del ruolo dei caregiver familiari e dagli assistenti personali e familiari che costituiscono il settore informale. Questi rivestono una funzione essenziale di raccordo tra l’offerta dei servizi esistenti e la lettura dei bisogni della persona non autosufficiente e rappresentano una quota preponderante dell’attività di assistenza prestata in Italia.
In Italia gli ostacoli all’integrazione sociosanitaria a livello professionale sono di diversa natura. Sul piano legale, i principi fondanti di tutela della professionalità e della dignità del lavoratore non consentono l’estensione delle mansioni previste a livello contrattuale. Sul piano formativo, il sistema prevalente nell’educazione terziaria nonché nel contesto della formazione continua adotta un approccio settoriale che valorizza in misura limitata la multidisciplinarietà. Ulteriori barriere afferiscono alla carenza di forza lavoro sia nel settore sanitario sia in quello sociale, che riduce il bacino degli utenti di potenziali iniziative di formazione integrata.
L’indagine OCSE rivela che la maggior parte delle regioni e delle province autonome attribuisce la facoltà di richiedere una valutazione e di partecipare all’effettuazione della valutazione stessa a una pluralità di figure professionali (queste due fasi giungono a coinvolgere in alcuni contesti territoriali fino a 8 e a 11 attori, rispettivamente). Inoltre, in quasi tutte le regioni e province autonome rispondenti (16) sono previste opportunità di confronto tra i professionisti coinvolti nella valutazione.
Diversamente, l’integrazione sul piano professionale si dirada nella fase dell’erogazione dei servizi, come emerge non dall’elevato numero di rispondenti che giudicano insufficiente il livello di integrazione tra ADI e SAD, ma anche dal basso numero di regioni (6) che ricorrono alla figura di un case manager per favorire un approccio integrato alla cura. Pratiche internazionali su équipe territoriali e multidisciplinari, e sul loro coordinamento, hanno dimostrato l’efficacia ed efficienza di tali modelli integrati.
La maggior parte delle regioni e delle province autonome italiane dispongono inoltre di una propria normativa che prevede e/o definisce la figura dell’assistente personale o familiare. Data l’elevata prevalenza del lavoro irregolare (tra il 52% e il 76% degli assistenti personali/familiari lavora in maniera irregolare, secondo diverse stime) e le difficoltà nel monitorare la qualità dell’assistenza fornita, alcune regioni hanno adottato misure per favorire l’assunzione regolare degli assistenti, tra le quali incentivi fiscali, contributi economici e la creazione di registri regionali. Tali iniziative potranno essere rafforzate dalle politiche recentemente introdotte a livello nazionale per promuovere e uniformare la formazione degli assistenti personali/familiari e la loro regolare assunzione.
A dispetto di queste evoluzioni promettenti, la grande maggioranza delle regioni e delle province autonome rispondenti all’indagine (14) indica di non disporre di dati sul numero dei caregiver familiari e – nonostante la presenza di rapporti statistici – sugli assistenti personali/familiari attivi nel loro territorio. Ciò rivela un potenziale limite alla loro capacità di sviluppare politiche appropriate per queste figure professionali.
Adottare politiche di sostegno ai caregiver familiari è fondamentale per garantire il benessere di queste figure essenziali nella cura delle persone non autosufficienti e per migliorare la qualità della vita di tutti gli interessati.
4.3. L’interoperabilità dei sistemi informativi
Copy link to 4.3. L’interoperabilità dei sistemi informativiLa disponibilità di dati nel settore sanitario e sociale è fondamentale per una progettazione e un monitoraggio efficace delle politiche pubbliche in questi ambiti. Uno strumento chiave per una piena integrazione è dato dall’interoperabilità dei rispettivi sistemi informativi. Una gestione efficiente dei dati sanitari e sociali può consentire ai professionisti sanitari, sociosanitari e sociali di pianificare gli interventi in modo pienamente informato. Inoltre, la presenza di sistemi informativi interoperabili può innalzare l’equità del sistema di assistenza, la qualità degli interventi e la partecipazione dei pazienti alla pianificazione degli interventi. In Italia, tale obiettivo trova un primo limite nella notevole divergenza tra il livello di digitalizzazione dei sistemi informativi sociali e sanitari.
Nel settore sociale, il Sistema Informativo Unitario dei Servizi Sociali (SIUSS), introdotto a livello nazionale nel 2017, rappresenta una risorsa informativa dal grande potenziale per la raccolta di dati sulle prestazioni sociali, proponendosi al decisore politico come strumento a sostegno della programmazione, del monitoraggio e della valutazione delle politiche sociali.
Tuttavia, il suo utilizzo è frenato dalla limitata trasmissione dei dati da parte dei Comuni, molti dei quali non hanno ancora adottato soluzioni digitalizzate, dando vita a un panorama informativo ancora frammentario. A livello regionale e locale, l’indagine dell’OCSE rivela inoltre la presenza di uno strumento digitale innovativo per la gestione e l’archiviazione delle informazioni relative ai servizi sociali: la Cartella Sociale Informatizzata (CSI), già attiva o in procinto di essere attivata in 15 delle 18 regioni e province autonome rispondenti. Tuttavia, l’attuazione della CSI è frammentaria a livello territoriale, anche all’interno delle singole regioni. Tra i maggiori ostacoli alla sua completa implementazione si indicano la mancanza di strumenti tecnico-informatici adeguati e problematiche legate alla privacy.
Nel settore sanitario la digitalizzazione dei sistemi informativi appare più avanzata e meno frammentata. Già dagli anni Novanta sono stati introdotti diversi strumenti. Tra questi, il Sistema Informativo per il Monitoraggio dell’Assistenza Domiciliare (SIAD) consente la raccolta dei dati sugli interventi sanitari e sociosanitari erogati dal Servizio sanitario nazionale nel contesto dell’assistenza domiciliare. Il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE), istituito nel 2015, consente inoltre sia ai professionisti che al paziente di accedere agevolmente ai dati sanitari. Tra le regioni rispondenti all’indagine, 9 indicano che problematiche legate alla privacy, la resistenza degli operatori sanitari e la carenza di formazione specifica ostano alla completa implementazione del FSE a livello territoriale. Il potenziamento dell’utilizzo del FSE sarà incentivato su tutto il territorio nazionale dalla Cabina di Regia del Nuovo Sistema Informativo Sanitario (NSIS), che stabilisce gli obiettivi strategici e le nuove funzionalità del FSE.
Alle carenze esposte nella digitalizzazione dei sistemi informativi sanitari e sociali si accompagna un limitato livello di interoperabilità tra gli stessi, riscontrabile sia a livello nazionale che regionale. L’indagine indica che solo in 3 regioni è attualmente in corso di preparazione un sistema informativo integrato per ADI e SAD; anche in questo frangente i principali ostacoli riscontrati sono legati alla privacy e alla carenza di strumenti tecnico-informativi adeguati. Alcune recenti iniziative nazionali finalizzate a promuovere l’interoperabilità dei dati, in particolare quella relativa all’istituzione Piattaforma Digitale Nazionale Dati (PDND), potranno incoraggiare l’emersione di nuove esperienze regionali e locali anche nel settore sociosanitario.
4.4. Strumenti per l'erogazione integrata
Copy link to 4.4. Strumenti per l'erogazione integrataIl coordinamento delle modalità di intervento nell’assistenza alla persona non autosufficiente rappresenta l’ultimo dei pilastri dell’integrazione sociosanitaria descritti in questo rapporto. Come già menzionato, in Italia sono previsti due servizi domiciliari diversi per modello culturale di riferimento e per la natura delle prestazioni offerte: ADI, che rientra nella competenza del Servizio sanitario nazionale, e SAD, che è invece un servizio sociale di competenza dei Comuni.
In virtù di queste differenze, la maggioranza delle regioni ritiene ampiamente migliorabile il livello di integrazione tra questi due modelli di erogazione di servizi.
Il cruscotto preliminare riportato qui di seguito (Figura 4.1) basato su un set di 34 indicatori suddivisi per le quattro aree di policy permette di stimare, con un livello accettabile di approssimazione, quale livello d’integrazione si sia raggiunto nelle 18 regioni e province autonome che hanno partecipato all’indagine. Il colore rosso scuro indica un grado di integrazione molto limitato, mentre il progressivo viraggio al verde indica un modello di servizi sociosanitari integrati sempre più avanzato e completo.
Figura 4.1. I livelli di integrazione variano notevolmente tra regioni e province autonome
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Fonte: OECD, basato su indagini alle regioni e province autonome.
4.5. Approfondimento: le percezioni dei professionisti sull’integrazione a livello locale
Copy link to 4.5. Approfondimento: le percezioni dei professionisti sull’integrazione a livello localeNell’ambito della fase pilota del progetto è stato analizzato il punto di vista dei professionisti – assistenti sociali, infermieri territoriali, operatori sociosanitari, medici di medicina generale, geriatri, educatori, fisioterapisti ed amministrativi - sul livello di maturità dell’integrazione. Fonti principali per la raccolta di informazioni sono stati focus group, condotti in 14 ambiti locali, ed il questionario “Scirocco” (vedere Box 4.1) sul livello di maturità dell’integrazione.
4.5.1. Le risposte al questionario “Scirocco”
Il questionario “Scirocco”, somministrato online fra il 9 dicembre 2024 al 11 febbraio 2025, ha ricevuto un totale di 500 risposte, permettendo di analizzare 12 dimensioni di integrazione – dalla governance al coordinamento dei processi ed i finanziamenti (vedere Box 4.1).
Box 4.1. Il questionario “Scirocco”
Copy link to Box 4.1. Il questionario “Scirocco”Il questionario è stato sviluppato nell’ambito del progetto SCIROCCO Exchange finanziato dal Health Programme dell’Unione Europea (www.sciroccoexchange.com). Il questionario valuta il grado di maturità delle cure integrate e consente di individuare punti di miglioramento e barriere all’integrazione attraverso 12 domande:
Prontezza al cambiamento: Esiste il riconoscimento della necessità di creare nuovi ruoli, nuovi processi e pratiche di lavoro, nuovi sistemi a supporto dello scambio di informazioni e della collaborazione dei team?
Governance: Esiste una adeguata struttura multilivello e multistakeholder di governance?
Infrastrutture digitali: Esite un sistema informativo integrato ed interoperabile?
Coordinamento dei processi: Esiste un approccio sistematico alla definizione di percorsi di cura integrati?
Finanziamenti: Sono disponibili finanziamenti certi e pluriennali e/o meccanismi di rimborso accessibili a tutti gli stakeholder per garantire la sostenibilità dell’erogazione di interventi e servizi?
Rimozione degli inibitori: Gli ostacoli al cambiamento – quali problemi legali, resistenza al cambiamento da parte di singole persone o ordini professionali, barriere culturali rispetto all’uso delle tecnologie, meccanismi finanziari perversi, mancanza di competenze – sono stati rimossi?
Approccio di popolazione: La stratificazione della popolazione sulla base dei bisogni è pienamente implementata?
Empowerment dei cittadini: I cittadini sono resi partecipi dei processi decisionali relativi agli interventi per il mantenimento ed il miglioramento del loro stato di salute e sono inclusi anche nelle decisioni che riguardano l’erogazione dei servizi e le scelte politiche?
Metodi di valutazione: L’approccio alla valutazione è sistematico e rappresenta un ciclo completo?
Ampiezza dell’ambizione: È in atto la piena integrazione tra i servizi sociali e i servizi sanitari?
Gestione dell’innovazione: L’innovazione è riconosciuta, valutata e, dove possibile, estesa per apportare benefici a tutto il sistema?
Costruzione e rafforzamento delle competenze (Capacity Building): È in essere un sistema di erogazione di cure integrate orientato alla persona che comporta riflessione e miglioramento continuo della forza lavoro?
Fonte: AReSS Puglia, Agenzia regionale strategica per la salute e il sociale (n.d.[1]).
La Figura 4.2 riporta la media del punteggio e la variabilità per ambito territoriale pilota per ognuna delle 12 dimensioni della valutazione. Nello specifico, tutte le dimensioni hanno – in media – ricevuto un punteggio inferiore a 3.5, valore medio della scala di valutazione (i punteggi variano da 1 a 6). Il “coordinamento dei processi” e l’“ampiezza dell’ambizione” “sono le due dimensioni di integrazione che hanno ricevuto i punteggi medi più alti (3.3). Il grado di integrazione è ritenuto meno elevato per la “rimozione degli inibitori” (2.5) e le “infrastrutture digitali” (2.7). Il punteggio dell’“ampiezza dell’ambizione” presenta la più alta variabilità fra ambiti territoriali, mentre il punteggio delle dimensioni “struttura e governance” e “gestione dell’innovazione” presenta la più bassa variabilità fra ambiti territoriali.
Figura 4.2. Media punteggio per dimensione di integrazione
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Note: Oltre al valore medio, è riportata la variabilità di punteggio fra ambiti territoriali.
Fonte: Questionario Scirocco, vedere Box 4.1.
La Figura 4.3 descrive i punteggi medi per dimensione di valutazione per ambito territoriale. Gli operatori di Trento Sud hanno attribuito punteggi sistematicamente superiori alla media, mentre gli operatori di Conversano e Merano hanno assegnato un valore più basso della media a tutti i 12 ambiti di valutazione del grado di integrazione.
La Figura 4.4 riporta la media dei punteggi per ruolo professionale (500 risposte). Gli infermieri territoriali e i professionisti degli “altri ruoli professionali” (e.g. geriatri, educatori) che hanno risposto al questionario hanno assegnato un valore più alto della media a tutti i 12 ambiti di valutazione del grado di integrazione. Gli operatori socio sanitari e gli assistenti sociali hanno attribuito punteggi sistematicamente inferiori alla media.
Figura 4.3. Media punteggio per dimensione di integrazione per ambito territoriale pilota
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Note: Scala di colori, dove verde scuro indica nettamente superiore alla media e rosso nettamente inferiore.
Dalle analisi per ambito territoriale pilota sono stati esclusi Casentino, Cerignola e Lecce città in quanto il numero di risposte è inferiore a 10. Pertanto, l’analisi per ambito territoriale pilota è basata su 490 risposte.
Fonte: Questionario Scirocco, vedere Box 4.1.
Figura 4.4. Media punteggio per dimensione di integrazione per ruolo professionale
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Note: Scala di colori, dove verde scuro indica nettamente superiore alla media e rosso nettamente inferiore.
La categoria “Altro ruolo professionale” include Geriatri (N=11), Educatori (N=7), Fisioterapisti (N=7) e Amministrativi (N=6).
Fonte: Questionario Scirocco, vedere Box 4.1.
4.5.2. Focus group territoriali
Per approfondire le informazioni raccolte e cogliere le specificità e complessità dell’integrazione sociosanitaria nei territori italiani, tra febbraio e marzo 2025 sono stati condotti 14 focus group in cinque regioni e due province autonome pilota. In totale hanno partecipato 191 professionisti dei servizi sociali, sanitari e sociosanitari (ulteriori dettagli sono riportati nell’Allegato 4.A).
I focus group, della durata di quattro ore ciascuno, sono stati condotti presso gli ambiti territoriali pilota utilizzando come riferimento il modello di analisi dell’integrazione presentato in un capitolo precedente di questo rapporto e articolati in tre sessioni tematiche principali: l’integrazione strutturale e sistemica; le caratteristiche che ne connotano la portata innovativa; e il ruolo del welfare di comunità:
Integrazione strutturale e sistemica – ovvero il passaggio dall’integrazione intesa come semplice giustapposizione di prestazioni sanitarie e sociali in riferimento a singoli casi complessi, all’integrazione come legame permanente e pre-organizzato per la risposta unitaria ai bisogni complessi di salute (multi-cronicità, non autosufficienza e disabilità, fragilità e marginalità sociale): è emersa con chiarezza la necessità di superare la logica prestazionale e frammentata dei servizi, orientata alla gestione episodica di singoli casi, e di favore modelli organizzativi capaci di rispondere in modo unitario e continuativo ai bisogni complessi delle persone anziane non autosufficienti. Tale transizione richiede una revisione degli assetti organizzativi esistenti, ancora segnati da una logica a silos. I partecipanti hanno sottolineato l’assenza di un elemento catalizzatore che favorisca l’azione integrata tra servizi sanitari, sociosanitari e sociali, senza il quale i professionisti spesso continuano a operare lungo filiere parallele. Alcuni contesti – come l’ATS di Lugo di Romagna e la Società della Salute Empolese-Valdelsa – hanno sviluppato assetti organizzativi “nativamente integrati”, supportati da strumenti di governance condivisa, che costituiscono pratiche promettenti verso modelli più evoluti di presa in carico integrata.
Caratteristiche che ne connotano la portata innovativa – ovvero setting assistenziale domiciliare, l’elevata complessità dei bisogni di salute, e la necessità di un’azione continuativa e di lungo termine: queste tre caratteristiche mettono in seria difficoltà gli assetti organizzativi esistenti, spesso ancora improntati a risposte di tipo prestazionale, frammentate per settore e limitate nella durata – ragione per cui le attività domiciliari rappresentano il campo di azione da sempre meno sviluppato. Davanti a una domanda complessa non è possibile fornire risposte parziali: è necessario costruire Piani Assistenziali Individualizzati (PAI) in grado di ricomporre in modo coerente gli esiti delle valutazioni multidimensionali, superando la frammentazione attuale e integrando gli interventi sanitari, sociali e di tutela. È quindi indispensabile disporre di un’infrastruttura territoriale solida e diffusa, che colleghi la filiera della domiciliarità con i presidi di cronicità e prossimità, e che permetta di articolare un continuum di presa in carico fondato su tre componenti chiave: sanità d’iniziativa, assistenza integrata e tutela delle vulnerabilità sociali. Tale approccio richiede strumenti organizzativi specifici – come micro-équipe multiprofessionali, visite domiciliari congiunte, schede di valutazione unitarie e programmi assistenziali integrati – e una forte capacità relazionale con la persona, la famiglia e i caregiver. Esempi rilevanti in tal senso provengono dai distretti di Vicenza e Lecce, dove sono stati sviluppati modelli capaci di superare la mera giustapposizione di prestazioni e di offrire risposte integrate all’intero nucleo familiare tramite una doppia capacità: lo sviluppo da parte delle strutture pubbliche sanitarie e sociali di una relazione ampia e coinvolgente con la persona, il caregiver e l’eventuale assistente familiare; e la creazione di un sistema evoluto di accreditamento in grado di rispondere in modo appropriato all’intero ventaglio di un PAI che affronta cura, assistenza e tutela.
Welfare di comunità – ovvero il contesto delle reti complesse sanitarie e sociali, pubbliche e private, formali e informali, limitate o diffuse, in grado di contribuire alla costruzione delle risposte di salute nell’ambito territoriale considerato: tali risposte si fondano non solo sulla cura dei bisogni di salute, ma anche sul sostegno e sull’interazione tra i diversi soggetti organizzati di una comunità territoriale, valorizzandone e qualificandone i diversi ruoli, competenze, funzioni e capacità. Costruire welfare di comunità richiede un’azione intenzionale e proattiva per la costruzione di reti stabili e per la promozione di un senso di appartenenza come fonte di benessere condiviso tra istituzioni, organizzazioni pubbliche e private, persone e famiglie, anche attraverso strumenti di amministrazione condivisa quali la co-programmazione e la co-progettazione. La domiciliarità, per sua natura, si sviluppa all’interno dei contesti familiari e comunitari, i cui equilibri influenzano direttamente la possibilità di fornire un’assistenza adeguata e continuativa. Oltre al lavoro con la famiglia, il lavoro con le organizzazioni della comunità è parte integrante e costitutiva del setting domiciliare e, se per alcuni ambiti settoriali c’è aiuto da parte del volontariato, costruire reti permanenti con gli Enti del Terzo Settore rimane una sfida. Per questo motivo, è necessario investire su professionalità capaci di agire da ponte tra sistema pubblico e organizzazioni della società civile, sostenendo la transizione dalle relazioni informali di vicinato a reti strutturate e finalizzate. Esperienze maturate in territori come Chiavari, Rovereto o la Val Badia dimostrano la possibilità di promuovere una maggiore integrazione tra servizi pubblici e comunità attiva, ad esempio attraverso la figura dell’infermiere di famiglia e comunità o la creazione di “tavoli permanenti di solidarietà” a vocazione socioassistenziale ed educativa.
Inoltre, in tutti i 14 focus group sono emersi, seppur con intensità diverse, elementi comuni e trasversali che meritano attenzione nella formulazione di risposte ai bisogni:
L’esigenza di codificare, istituzionalizzare e trasformare in uno strumento operativo quanto finora è stato costruito nella pratica quotidiana, grazie a iniziative basate principalmente sulla buona volontà e sulla disponibilità degli operatori sanitari e sociali a collaborare e condividere esperienze.
La mancanza o la difficoltà di utilizzo di strumenti informatici, che ostacola sia il necessario scambio di informazioni sia l’attuazione di una presa in carico realmente integrata e globale della persona.
Un notevole impiego di risorse umane ed economiche pur riuscendo a coinvolgere solo un numero limitato di destinatari, e sebbene siano stati realizzati interventi di alta qualità e valore.
Difficoltà nel dialogo e nell’interazione tra i diversi attori coinvolti, che compromette l’efficacia complessiva degli interventi.
Criticità legate al reperimento del personale e alla carenza di una formazione adeguata degli operatori: la domanda di forza lavoro nella long-term care è in crescita, ma il settore fatica a rispondere a causa di condizioni di lavoro poco attrattive, bassi salari, contratti precari e limitate opportunità formative, che ostacolano reclutamento, fidelizzazione e qualità dell’assistenza. A ciò si aggiunge la scarsità di momenti strutturati di confronto, che limita ulteriormente lo sviluppo di competenze condivise e la costruzione di un approccio comune.
Allegato 4.A. Informazioni sui focus group
Copy link to Allegato 4.A. Informazioni sui focus groupSono stati condotti 14 focus group in 5 regioni e 2 province autonome pilota nel periodo febbraio-marzo 2025, per un totale di 191 professionisti partecipanti – inclusi operatori sociosanitari, amministratori locali, rappresentanti delle organizzazioni dei pazienti e altri stakeholder rilevanti. La data, il luogo ed il numero di partecipanti in ogni focus group sono presentati in Figura 4.5.
Il confronto guidato dei focus group si è concentrato su aspetti quali barriere strutturali e organizzative; facilitatori esistenti; esperienze di successo e insuccesso; proposte concrete per migliorare l’integrazione delle cure; l’implementazione di nuovi strumenti di valutazione basati sui bisogni; la promozione dell’interoperabilità dei sistemi informativi; e lo sviluppo delle competenze e capacità per le cure integrate.
Figura 4.5. Luogo, data e numero di partecipanti ai focus group
Copy link to Figura 4.5. Luogo, data e numero di partecipanti ai focus group
La popolazione – totale e di età superiore ai 65 anni – e la tipologia dei comuni coinvolti – Centri versus Aree Interne – negli ambiti territoriali pilota è riportata nella Figura 4.6.
Figura 4.6. Struttura della popolazione degli ambiti territoriali pilota del progetto
Copy link to Figura 4.6. Struttura della popolazione degli ambiti territoriali pilota del progetto
Nota: “PA”= Provincia autonoma.
Bibliografia
[1] AReSS Puglia, Agenzia regionale strategica per la salute e il sociale (n.d.), Scirocco Exchange, https://aress.regione.puglia.it/aree-tematiche/sanita-integrata-e-digitale/scirocco-exchange.