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Covid-19: sei azioni che possiamo realizzare subito per contribuire ad evitare la peggiore crisi dello sviluppo di questo Secolo

 

Angel Gurría e Achim Steiner

La comparsa del Covid-19 la settimana scorsa in Niger, un Paese privo di sbocchi sul mare che si posiziona al 189° posto dell’Indice dello sviluppo umano, segna una nuova pietra miliare nella crisi del coronavirus. Una pandemia che si è diffusa nel giro di qualche settimana in alcune delle principali economie avanzate ed emergenti del mondo, portando con sé una indicibile sofferenza umana, colpisce adesso alcune delle economie più povere del mondo. E le colpirà duramente.

Alcuni dei sistemi sanitari più avanzati del mondo sono sull’orlo del collasso. La Germania, per esempio, ha il più gran numero di letti di degenza ospedaliera in Europa – otto letti di degenza ospedaliera per mille persone – e ciò nonostante è uno dei Paesi più colpiti dall’emergenza sanitaria. Paesi come il Messico e l’Indonesia hanno meno di un quinto dei letti che sono disponibili in Germania e i Paesi meno sviluppati la metà di questo quinto.

Sebbene gli scienziati stiano ancora cercando di valutare l’ampiezza con la quale il Covid-19 potrebbe diffondersi in regioni come l’Africa subsahariana (alcuni ritengono che le differenze climatiche possano incidere sull’ampiezza della diffusione del contagio), una cosa è chiara: i Paesi più poveri e fragili del mondo saranno tra le più grandi vittime della crisi in termini economici e sociali.

Le conseguenze della crisi economica e finanziaria del 2007-2008 ci hanno insegnato che nessun Paese è immune dall’impatto di uno shock globale. Il commercio che rallenta, il calo dei prezzi dei beni primari, la riduzione degli investimenti esteri e una stretta sulle rimesse, colpiscono duramente molti Paesi in via di sviluppo. Oggi, la crisi del Covid-19 si svolge in un contesto di commercio globale già teso, di budget di aiuti all’estero in calo, di crollo dei prezzi dei prodotti di base, di conflitti prolungati e di margini finanziari limitati nei Paesi in via di sviluppo.

Nei Paesi che sono oggi classificati come economie “a medio reddito”, ampi gruppi di persone vulnerabili con posti di lavoro precari diventeranno poveri e le donne saranno eccessivamente colpite. Questo ci ricorda ancora una volta quanto sia ingannevole classificare i Paesi in base al loro reddito mentre si dovrebbe classificarli secondo il loro grado di resilienza agli shock economici. In assenza di un intervento, gli Stati delle Piccole Isole in via di sviluppo (SIDS) le cui economie dipendono per il 40% dal turismo potrebbero dovere far fronte a un crollo economico. Nel continente africano, meno di una persona su cinque è protetta da un sistema di protezione sociale, esponendo i lavoratori – e più particolarmente i lavoratori dell’economia informale – a una grave vulnerabilità.

Esattamente come si può considerare che questa malattia non ha frontiere, nei Paesi già distrutti dalla guerra, il Covid-19 non sceglie da che parte stare. La settimana scorsa il primo caso di contagio è stato registrato in Siria dove il sistema sanitario è già devastato da dieci anni di guerra. Non possiamo accettare che una crisi sanitaria globale – e la sofferenza di cui siamo già testimoni nel mondo come diretta conseguenza del Covid-19 – inneschino una crisi globale dello sviluppo solo cinque anni dopo l’adozione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. Come ce lo ricorda il Primo ministro etiope e Premio Nobel, Abi Ahmed, se non si vince la lotta contro il Covid-19 in Africa, esso irromperà altrove. L’unica soluzione è una risposta collettiva sostenuta dalla solidarietà globale. 

Ci vorrà tempo per comprendere la dimensione e l’entità dei danni per le nostre economie e per le nostre società – e successivamente per formulare e attuare le migliori risposte politiche. Dovremmo riflettere adottando una prospettiva di lungo termine e un approccio globale, poiché l’impegno volto a superare questa crisi dovrà essere effettivamente globale. Ma dobbiamo intervenire senza indugio, proprio adesso che la nostra azione può ancora avere un impatto e forse evitare quanto di peggio potrebbero subire le persone più povere e più vulnerabili nel mondo.

Ecco sei azioni che raccomandiamo ai governi e ai dirigenti del mondo economico di mettere in atto subito:

1. I Governi devono rafforzare subito la spesa destinata agli aiuti all’estero e fare il massimo per sostenerla. Sebbene, rispetto al passato, vi siano meno Paesi dipendenti dagli aiuti esteri, in tempi di crisi gli aiuti ben mirati possono avere un effetto determinante per salvare vite e diminuire le perdite umane. Il lancio dell’appello umanitario di 2 miliardi di USD, della settimana scorsa, ha sottolineato la necessità di un’azione immediata per attrezzare i Paesi più vulnerabili – potrebbe essere una questione di pochi giorni prima del picco epidemico della malattia che ha già colpito la Cina, l’Europa e l’America del Nord. Tali azioni devono essere sostenute nel tempo – non possiamo permetterci di ripetere lo scenario degli Ebola surges (impennate di aiuti umanitari senza seguito) di cui siamo stati testimoni in alcuni Paesi negli ultimi anni dove l’afflusso di aiuti umanitari si esaurisce rapidamente e le risorse sono insufficienti o non ci sono più dopo un primo moto di sostegno alle comunità – e all’insieme dei settori delle economie colpite – mentre si rimettono in carreggiata. Non dobbiamo perdere di vista il ruolo che svolgono gli aiuti all’estero nella costruzione della resilienza globale – anche nei confronti delle minacce pandemiche.

2. Le scorte sanitarie rare devono essere destinate proprio a quelle comunità in cui avranno il maggiore impatto. La copertura mediatica degli ultimi giorni ha messo in luce come tra – e anche all’interno di — alcune delle economie più avanzate del mondo, i governi siano in concorrenza tra di loro sul mercato dei respiratori, delle mascherine, e del materiale di protezione individuale. Se non ci fosse nessun controllo, potrebbe succedere la stessa cosa qualora si dovesse scoprire un vaccino o una terapia. Se questo accade in Paesi che hanno buoni sistemi sanitari e un forte potere contrattuale, provate a immaginare come una tale concorrenza potrebbe colpire i Paesi che non hanno nessuno dei due. Invece di concorrere tra di loro in una guerra dei prezzi, tutti i governi devono lavorare insieme – e con le imprese – per garantire che le forniture siano disponibili a prezzi equi, per tutti, e che le rare risorse siano impegnate laddove potrebbero avere un maggiore impatto per contenere la pandemia.

3. Le frontiere devono restare aperte ai beni e ai servizi. Anche quando le misure temporanee di limitazione di circolazione delle persone diventano necessarie per frenare la diffusione della malattia, dobbiamo garantire che tali misure non ostacolino gli scambi tra i Paesi. In molte regioni, il commercio estero di beni agricoli è la linfa vitale di intere economie. Il Sahel e l’Africa occidentale sono esposti a un’imminente emergenza alimentare, con quasi 14,4 milioni di persone che a contare da oggi dovranno affrontare la crisi o situazioni peggiori, tra meno di sei mesi. Le catene di approvvigionamento di numerosi Piccoli Stati Insulari in via di Sviluppo (SIDS), le cui economie sono dipendenti dalle importazioni di beni alimentari e di carburante, sono adesso sospese).  In assenza di un intervento tempestivo, il Covid-19 aumenterà ulteriormente queste emergenze.

4. I dirigenti del mondo economico hanno un’opportunità unica per ridurre drasticamente il costo delle rimesse destinate ai Paesi in via di sviluppo. Un miliardo di persone nel mondo beneficia di rimesse – finanziamenti inviati dai lavoratori migranti e da membri della famiglia che vivono all’estero. In molti Paesi, questi flussi di risorse finanziarie rappresentano un finanziamento ben superiore agli aiuti e agli investimenti diretti esteri. In tempi di crisi, questi finanziamenti sono l’unica ancora di salvezza per molte persone. Questo si verifica in modo particolare per le persone che vivono in Paesi con sistemi di sicurezza sociale o altre reti di protezione sociale limitati. Tuttavia, l’invio di soldi a casa rappresenta un costo pari a circa il 7% dell’ammontare totale della somma trasferita. Si tratta di un costo ben troppo alto.  Se mai fosse giunto il momento per il settore finanziario di rispondere alla sfida e di diminuire i costi per i trasferimenti di rimesse alle persone più vulnerabili del mondo, questo è il momento di agire.

5. Il crescente fabbisogno di debito deve essere affrontato con urgenza. I bassi tassi di interesse e le condizioni economiche favorevoli hanno portato a un aumento dell’indebitamento in molti Paesi in via di Sviluppo, a seguito del successo delle iniziative internazionali di riduzione del debito, all’inizio di questo secolo. Molti Paesi mostrano ancora segni di sovraindebitamento e una nuova crisi potrebbe peggiorare ulteriormente le loro difficoltà. Oggi, trovarsi ad affrontare un indebitamento insostenibile potrebbe essere una sfida ancora più ardua rispetto a quindici o venti anni fa – una quota crescente dell’indebitamento è riconducibile ai Paesi debitori che non sono membri del Club di Parigi come anche all’indebitamento privato, e la diminuzione dei prezzi dei prodotti di base sta acuendo ulteriormente il problema. I direttori della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale hanno lanciato un appello per sospendere i rimborsi del debito per i Paesi che ne hanno bisogno, e l’OCSE è andata oltre, chiedendo ai leader di considerare rimborsi del debito per i Paesi che ne hanno bisogno, e l’OCSE è andata oltre, chiedendo ai leader di considerare l’opportunità di un’Iniziativa per i Paesi poveri altamente indebitati (HIPC) “sui steroidi”. Abbiamo bisogno di uno sforzo coordinato – con il sostegno di tutti i creditori – per tutti i Paesi che ne hanno bisogno.

6. L’azione volta ad affrontare una crisi non significa che le azioni per combattere altre crisi saranno tralasciate. Dobbiamo fare tutto il possibile per garantire che il nostro impegno per sostenere i Paesi devastati dal Covid-19 non dirotti risorse provenienti dalla gestione delle crisi esistenti – rispondere ai bisogni dei rifugiati e di altri gruppi vulnerabili; affrontare l’urgenza climatica globale; porre fine alla violenza contro le donne e le bambine; e porre fine alla discriminazione in tutte le sue forme. Il modo in cui sono attuati i piani di rilancio è fondamentale. In molti Paesi, le disuguaglianze avevano già raggiunto livelli record. La ripresa globale deve essere equa, verde e innanzitutto inclusiva.

La natura dell’attuale minaccia Covid-19 e il suo profondo impatto sulle condizioni di vita individuali in tutto il mondo – può essere considerata come inedita. Tuttavia, il nostro approccio non deve essere necessariamente nuovo per superarla. Entrambi le nostre organizzazioni sono nate dalle ceneri di due guerre mondiali e il riconoscimento dell’azione della cooperazione internazionale è l’unico modo di riuscire a superare le sfide globali. Quest’anno, le Nazioni Unite celebreranno il loro settantacinquesimo anniversario. L’OCSE commemorerà il suo sessantesimo. Forse non siamo istituzioni giovani, ma con l’età si raccolgono i benefici dell’esperienza maturata. E in questo momento cruciale speriamo di poter mostrare che la solidarietà internazionale – lavorare insieme per superare una crisi comune, e al servizio dei più vulnerabili – sia l’unica soluzione per affrontare le attuali e future sfide.

 

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Angel Gurría è il Segretario Generale dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici (OCSE), un incarico che ricopre dal 2006. Il Segretario Generale Gurría è stato ministro delle finanze e ministro degli affari esteri del Messico.

 

Achim Steiner è stato Amministratore del Programma per Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) dal 2017. Prima di questo incarico era direttore della Oxford Martin School. È stato anche direttore esecutivo del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente.

 

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