Intervento del Presidente del Consiglio dei Ministri, Sen. Prof. Mario Monti

 

Intervento del Presidente del Consiglio dei Ministri,

Sen. Prof. Mario Monti

ITALY – OECD International Conference on Structural Reforms in Italy

Roma, 24 Settembre 2012

 

Signor Segretario Generale dell’OCSE,

Signor Vice Segretario Generale

[Signor Presidente del CNEL],

Signori Ministri,

Signori Ambasciatori,

Signore e signori,

 

Sono molto lieto di poter aprire questa Conferenza sulle riforme strutturali in Italia, organizzata congiuntamente dal Governo italiano e dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico.

 Dieci mesi fa, in questa stessa sala polifunzionale che ci ospita oggi, il Governo ha tenuto la conferenza stampa di presentazione del Decreto Salva-Italia. Quell’intervento, adottato solo 17 giorni dopo l’ingresso in carica del governo e nel momento più acuto della crisi, è stato necessario per mettere in sicurezza i conti pubblici e rovesciare una deriva che stava portando il nostro Paese sempre più vicino ad un precipizio, in fondo al quale vi erano l’insolvenza del debito sovrano, l’incapacità di fare fronte ai pagamenti dello Stato, la perdita della sovranità economica e la cessione della responsabilità della politica economica a istituzioni sovranazionali, come il Fondo Monetario, la Banca Centrale Europea e la Commissione.

 A quel primo intervento, che combinava rigore e misure per la crescita, sono seguiti altri interventi di riforme strutturali, con i provvedimenti Cresci-Italia e Semplifica-Italia per le liberalizzazioni e l’efficienza dell’azione pubblica, la riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita, il primo Decreto Sviluppo per le imprese le infrastrutture e la competitività, il disegno di legge delega in materia fiscale e la riprogrammazione dei fondi strutturali nel segno del Piano di Azione coesione. 

 Quell’esito drammatico che faceva da sfondo alla nostra azione negli ultimi mesi dell’anno scorso sembra oggi più lontano. Anzi, grazie all’azione di questi mesi l’Italia ha potuto togliersi dalla lista dei Paesi che erano una fonte di problemi per la stabilità dell’area euro e contribuire, insieme ad altri, a formulare politiche che contribuissero ad una progressiva stabilizzazione della crisi e a riorientare l’azione dell’Unione verso una maggiore attenzione alla crescita.

 Abbiamo compiuto questo tratto di strada determinati a fare scelte nel breve periodo che guardassero a obiettivi di lungo periodo. L’essenza delle riforme strutturali sta in questo: uno scambio tra costi nel breve e benefici nel lungo periodo. E’ stata una scommessa sull’Italia, sulla sua capacità di reagire, di cambiare rotta e costruire un futuro con più crescita, più equità, più stabilità. Come ogni volta che si intraprende una nuova rotta, si avverte il bisogno ad un certo momento di fermarsi e verificare se abbiamo percorso un tratto sufficiente, se la direzione è quella giusta, e quanto manca ancora per raggiungere la meta che ci siamo prefissi.

 

Ringraziamento all’OCSE e obiettivi della Conferenza

 E’ per questo che oggi sono particolarmente lieto di avere un momento di riflessione comune sullo stato delle riforme strutturali in Italia e sulle priorità per il futuro. Abbiamo voluto insieme con il Segretario Generale Gurria questa occasione come coronamento di una lunga e ricca collaborazione tra l’Italia e l’OCSE, collaborazione che si è ulteriormente approfondita e arricchita in questi mesi.

 L’OCSE ha una capacità riconosciuta di leggere e analizzare gli sviluppi nelle economie dei suoi Stati Membri ed ha una vocazione a sostenere i riformatori, mettendo a loro disposizione la ricchezza del suo patrimonio di esperienze e di best practices, di suggerimenti per nuove direttrici di azione, di strategie politiche che consentano alle riforme di superare gli ostacoli e non restare buone intenzioni sulla carta. L’OCSE offre un contributo fondamentale, per dare credibilità all’azione delle riforme nei confronti dell’opinione pubblica, in modo che non sembrino calate dall’arbitrio di alcuni professori che si trovano pro tempore al governo, e nei confronti dei partner internazionali, che hanno bisogno di valutazioni imparziali.

 Lo sguardo dell’OCSE inoltre è un antidoto contro quella che si chiama “complacency”, la tendenza naturale dei governi all’autosoddisfazione e ad allentare la presa dopo una prima ondata di riforme. L’OCSE è stata accanto all’Italia nella fase di concezione e di impostazione delle riforme nei mesi scorsi, come vedete dal rapporto molte sono le raccomandazioni dell’OCSE che coincidono con le riforme adottate, ed è naturale perciò che lo resti oggi nella fase di attuazione e di completamento dei programmi avviati.

 Per questo lo spirito dell’incontro di oggi non è di fare una celebrazione o di dare un rating alle riforme. E’ un momento di confronto oggettivo su dati di fatto e in un’ottica non politica. Ringrazio tutti i partecipanti dei Panel e i rappresentanti della Banca di Italia e del CNEL che hanno accettato di prendere parte ai lavori.

 

Il coraggio delle riforme ed i sacrifici imposti. I nuovi dati del DEF

 Il Rapporto che l’OCSE presenta oggi è un rapporto originale ed equilibrato. Esso offre una fotografia nitida di un Paese che sta cambiando, che è già, in parte, cambiato e che ha in pochi mesi introdotto riforme  “coraggiose, ambiziose e di vasto respiro” – cito il rapporto. Una fotografia però che mette a nudo anche limiti e aspetti incompleti delle riforme.

 Il sottotitolo del Rapporto Reviving Growth and Productivity offre una sintesi efficace del senso del documento. IL Rapporto dimostra che il primo passo per la crescita è mantenere una disciplina delle finanze pubbliche che assicuri finanze sane. E’ questa la prima e fondamentale premessa per la crescita. Lo abbiamo fatto accettando di pagare un prezzo nel breve periodo, un prezzo che si sta dimostrando molto elevato. I dati che abbiamo pubblicato la settimana scorsa, nella nota di aggiornamento del DEF, mostrano la durezza della recessione che stiamo vivendo, il dramma della disoccupazione e la lentezza con la quale nei primi mesi del prossimo anno torneremo a crescere. Il 2013 sarà un anno in crescita, anche se il motore della nostra economia si riavvierà lentamente, trattenuto dal peso del passato.

 Questo è il percorso inevitabile di un sistema che ha dovuto assumere una cura drastica, dopo aver ignorato per anni i problemi, e che puo’ riprendersi solo gradualmente, con una velocità che dipende anche dalla minore o maggiore propensione del contesto europeo a favorire la stabilizzazione.

Anche per questo abbiamo confermato l’obiettivo strategico di raggiungere nel 2013 un bilancio in pareggio in termini strutturali. Questa è non solo la garanzia per la sostenibilità delle nostre finanze pubbliche e per avviare la riduzione progressiva dello stock del debito pubblico. Rispettando questo impegno il nostro Paese mantiene una credibilità che permette di contribuire in modo attivo a disegnare politiche europee più vicine ai nostri interessi e alla nostra visione di lungo termine dell’Europa che vogliamo. Dentro i processi europei si pesa oggi anche per la propria capacità di saper gestire in modo ordinato e nel rispetto degli impegni la propria economia.

 

I benefici attesi dalle riforme: un patrimonio di 4 punti del PIL entro il 2020

 I sacrifici che stiamo affrontando insieme con le forze politiche che sostengono il governo, e che i cittadini hanno sopportato con responsabilità e consapevolezza, si giustificano solo se sono destinati a produrre frutti. Sotto questo profilo il Rapporto dell’OCSE offre una serie di ragioni di soddisfazione. Esso dimostra che l’indirizzo di politica economica adottato dal Governo ha seguito una impostazione che l’OCSE ritiene sia quelle corretta. L’azione realizzata in questi mesi potrà produrre nei prossimi dieci anni un aumento di 4 punti percentuali del PIL. Questo è un obiettivo fondamentale da perseguire perché mentre ormai stiamo riuscendo a dissipare i dubbi sulla sostenibilità del debito pubblico e la qualità delle finanze pubbliche, la sfida si sposta sul terreno della crescita.

 

Il tema della produttività e del costo del lavoro. Accenno alla Fiat

 Il Rapporto intolre getta il faro su un  aspetto chiave per comprendere perché la nostra economia ha continuato a declinare nel decennio passato nonostante una modesta crescita dei salari: la dinamica della produttività e dei costi del lavoro. Il Rapporto dimostra che mentre nel decennio precedente alla crisi la produttività relativa del lavoro è migliorata generalmente nei Paesi nostri competitori nell’area euro, in Italia è rimasta piatta. Questo andamento è stato generalizzato e ha colpito tutti i settori. Nonostante una stagnazione dei salari reali, l’Italia ha continuato a perdere competitività rispetto ai suoi partner. La distanza tra noi e la Germania, la Francia o la Spagna si è progressivamente accresciuta. Non solo. Mentre dall’inizio della crisi le altre economie mediterranee e l’Irlanda hanno avviato un radicale aggiustamento dei loro costi unitari del lavoro per aumentare la produttività e la capacità di esportare, in Italia questa correzione non ha avuto luogo.

 L’implicazione è chiara: se vogliamo uscire dalla crisi non basta guardare alla competitività del sistema Paese. Bisogna guardare anche alla competitività delle imprese e all’aumento della produttività. Condivido l’allarme dell’OCSE e per questo abbiamo nelle settimane scorse avviato un dialogo con le parti sociali per incoraggiarle a mettere questo tema al centro dei loro negoziati sui rinnovi contrattuali e usare pienamente le opportunità offerte dagli accordi esistenti sulla contrattazione a livello aziendale. Il Governo, che sta seguendo questo dialogo con il Ministro Passera, è pronto ad esaminare come accompagnare i risultati che usciranno dal dialogo tra le parti sociali. A loro chiedo di saper guardare in modo coraggioso e senza pregiudizi a questo tema.

 Aumentare la produttività del nostro sistema delle imprese, accrescere la capacità di proiettarsi su mercati extraeuropei in espansione sono le due leve che possono accelerare l’uscita dalla crisi. Proprio questi temi sono stati due giorni fa al centro dell’incontro tra il Governo e il Gruppo Fiat.

Anche su questo fronte il Governo è impegnato, non a dare aiuti finanziari, ma a creare condizioni di contesto che consentano di salvaguardare la presenza industriale della Fiat in Italia e a valorizzarne il patrimonio di competenza nella ricerca, nell’innovazione a favore anche di tutta la filiera dell’industria automobilistica italiana.

 

More to be done: attuazione e completamento delle riforme

 Questa osservazione ci porta all’altro tema che sarà centrale nella discussione di oggi, quello del “More to be done”. Dentro questa espressione ci sono molte cose. In primo luogo, c’è il tema delle condizioni necessarie perché quel 4% in più di crescita sia effettivamente realizzato. Il Rapporto sottolinea l’importanza dell’attuazione amministrativa delle riforme. Sono molti gli atti di normativa secondaria o amministrativa che devono essere adottati nei prossimi mesi perché alcune delle principali riforme diventino operative sul terreno. E’ un aspetto tradizionalmente ignorato in Italia, dove vi è una attenzione forte al momento legislativo, e minore a quello del follow up.

 Abbiamo cercato come Governo di cambiare atteggiamento anche in questo ambito. E’ stato costituito un comitato composto dai Ministri Giarda, Patroni Griffi e dal Sottosegretario Antonio Catricalà che seguirà i progressi nell’attuazione dei provvedimenti nei diversi settori. Siamo determinati a compiere fino in fondo il nostro lavoro e di lasciare in eredità alla prossima legislatura non uno spartito incompiuto ma un lavoro terminato.

 More to be done allude però anche a quella parte  di riforme che non è stata ancora realizzata. Perché il Paese esca dalla crisi più forte e depurato dalle debolezze che ne hanno appesantito la corsa nel passato, molto resta da fare. Il Rapporto presenta una serie di raccomandazioni concrete e suggerimenti operativi per migliorare le riforme che saranno discussi nei vari panel. Ma offre anche una chiave di lettura del malessere dell’economia italiana che non fa sconti e che deve far riflettere oltre l’immediato.

 

Debolezze di fondo dell’economia italiana: corruzione, assetto dei poteri, mobilità sociale.  La necessaria continuità dell’impegno per le riforme strutturali.

 Non ci sono solo liberalizzazioni, mercato del lavoro ed innovazione tra i punti che il Rapporto OCSE consegna alla nostra riflessione. Il senso del rapporto è che il lavoro delle riforme è un never ending process. Dietro la debolezza dei conti pubblici, dietro il ritardo nell’aggiornare politiche essenziali come quelle del mercato del lavoro o delle liberalizzazioni, all’insufficiente attenzione a educazione e innovazione,  la  crescita debole italiana deriva da ostacoli e fattori profondi che devono essere aggrediti in una nuova ondata di riforme.

 E’ certamente interessante la constatazione che se le liberalizzazioni hanno portanto l’Italia ad un grado di apertura di certi mercati simili o superiore alla media dei Paesi OCSE gli ostacoli percepiti dalle imprese sono ancora rilevanti e spesso sono dovuti all’intreccio tra normative regionali e locali che creano un contesto pesante e complicato per gli operatori.

 E’ inoltre certamente importante anche l’accento posto dall’OCSE sull’importanza della trasparenza e integrità del settore pubblico, dove il tasso di corruzione percepita nel nostro Paese appare significativamente superiore alla media OCSE. Per questo il Governo farà ogni sforzo perché il disegno di legge sul contrasto alla corruzione sia adottato definitivamente dal Parlamento.

 Voglio chiudere riprendendo un altro tema orizzontale che il Rapporto OCSE ha il merito di sollevare. L’Italia è tra i Paesi dell’area OCSE uno tra quelli caratterizzati da maggiore immobilità sociale. Vi è una elevatissima probabilità per i figli di restare nella stessa categoria di retribuzione dei genitori se non di fare anche lo stesso lavoro. Questo si riflette anche sui livelli di istruzione e di accesso alla formazione superiore. E’ la fotografia di un Paese fermo, dove spesso sono le relazioni familiari o l’appartenenza e non il merito individuale i fattori che determinano il successo o insuccesso nel raggiungere i propri obiettivi. Il Rapporto ci sottolinea come questo sia non solo un fattore di iniquità e non coesione sociale, ma come esso sia non estraneo alla dimensione dell’efficienza e della capacità di crescere di un sistema.

 Nell’azione di questo governo abbiamo sempre cercato di tenere presente le esigenze dei giovani e degli outsiders con le misure di liberalizzazione, di sostegno alle start up e di rottura di barriere all’ingresso nelle professioni o ad esempio nel divieto di cumulo di cariche negli organi di gestione, sorveglianza e controllo nelle imprese del credito delle assicurazioni e della finanza. Un diverso atteggiamento verso il merito e la mobilità sociale fanno parte del cambiamento di mentalità che credo sia necessario al Paese.

 Credo quindi che il Rapporto consegni molti elemento di riflessione per nutrire il confronto di idee e di proposte nei prossimi mesi. E credo che sia importante che questi temi siano al centro del confronto tra le diverse proposte politiche perché la principale ragione di preoccupazione tra i nostri Partner è proprio legata oggi al futuro delle riforme italiane e alla continuità dell’azione intrapresa.

 Ringrazio il Segretario Generale Gurria e l’OCSE per il contributo di idee, di proposte e di stimoli che hanno messo a nostra disposizione e auguro a tutti i partecipanti alla Conferenza un buon dibattito.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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